Il Fiore degli Abissi

Romanzo d’avventura di Leonilde Bartarelli

Benvenuti a bordo! Io, Andrea Raggio detto il Rosso, capudan della feluca più ardita di tutti i mari, vi auguro buona navigazione. Non abbiate paura di patire il mal di mare, di incontrare pirati o fondali insidiosi: accanto a me non potrà succedervi nulla di brutto, solo qualcosa di molto, molto avventuroso...

dicembre-24-09

ALTAI

scritto da Leo in libri

altai

Altai
di Wu Ming

Il Mediterraneo nel XVI secolo: questo è in sintesi il tema centrale di Altai.

E il Mediterraneo riempie e alimenta ogni pagina, diventa dimensione quasi simbolica dove promiscuità, contrasti, commerci, adattamento e fusione di genti, lingue, culture si accompagnano a una ricerca spasmodica di conservazione della propria identità nazionale e religiosa.
Concepito come potere ma anche come fuga o realizzazione di utopie.

Tutti i paesaggi che pian piano si srotolano davanti ai nostri occhi non sono semplici scenari e cornici ma assumono aspetto quasi di personaggi essi stessi:
Venezia apre le danze con i canali, le spie, l’attentato, il fuoco, il tradimento.
Seguono Ravenna e le sue paludi: nebbia, umido, banditi.
Un universo di fuggitivi alla ricerca di un imbarco per terre di speranza in balia di protoscafisti più o meno onesti.
Scenario differente ma che richiama alla mente lo spirito delle dune di Heyst nella Yourcenar dell’Opera al Nero.

Ragusa, città unica e universale, simile alle migliaia di città mediterranee, microcosmi brulicanti di vita alla Mahfuz: Genova, Tunisi o Marsiglia… qualsiasi nazionalità le raccoglie tutte, ognuno riconosce in essa qualcosa che ha nel cuore.

Istanbul: grandiosa e cosmopolita, gli intrighi di palazzo, il potere, gli harem. Innevata e magica come certe letture di Pamuk.

Famagosta e Lepanto: cruda ma lucida consapevolezza degli orrori della guerra, olfattiva e visiva come la descrizione della battaglia di Waterloo o di Hiroshima nella Teoria delle Nuvole (scenario, tempi e personaggi diversi, medesima la condanna non esplicita ma fortissima), nelle modalità del XVI secolo né migliore né peggiore delle guerre attuali. Non indulge al facile autocompiacimento dell’orrore ma con la sua narrazione intensa e pulita ricorda Tucidide o il Guicciardini.
A chiudere il cerchio di nuovo Venezia, la prigione: facile il parallelo con il finale del romanzo della Yourcenar, senza la fuga ideologica nel suicidio ma con la forza dell’affrontare le conseguenze delle proprie scelte fino in fondo.

E qui si entra nel personaggio Manuel Cardoso, moderno e sfaccettato: da spia al soldo della Serenissima senza opinioni proprie, volto solo a salvare la pelle, si evolve in persona che si mette in gioco e paga con la vita le proprie scelte. Uomo moderno che riscopre il libero arbitrio, capace di tornare sui suoi passi e cambiare idee e fede.
Di mettere nolente o volente in discussione più volte la sua esistenza reinventandola da zero.
È interessante notare che non sono credi o ideologie religiose a muoverlo quanto coscienze civili e sociali: se il Zenone della Yourcenar metteva al centro la conoscenza, lui è mosso dalla giustizia, dalla tolleranza e dall’amicizia.

La visione e il rapporto col mondo femminile è conforme al suo essere uomo del XVI secolo in quel dato contesto, e, a mio parere, tutte le donne della sua vita sono viste attraverso tale ottica: la madre nel ghetto ebreo, la cortigiana veneziana che lo tradisce, gli intrighi orientali di palazzi e harem incomprensibili alla sua cultura occidentale.
Figure che non concepisce come complici di progetti di ampio sguardo in una società di forte peso maschilista (e non so quanto non sia ancora attuale tale visione da parte dell’uomo comune) ma strumentali, mondo sconosciuto che non ha alcun interesse ad approfondire e che vale in relazione a quanto lo tocca in modo diretto. Molto simile in questo al quadro che ci propone la Youcenar (che pure era una donna).
Non sento in ciò la “voce” autorale, quanto la visione del personaggio (che parla in prima persona). A controprova, il mirabile quadretto del prologo (in terza e immerso in ambiente muliebre) sfuma in sensibilità molto femminile da cammeo leggiadro.

Belli e interessanti anche gli altri personaggi ma l’analisi diventerebbe lunghissima. Alcuni già presenti in Q vengono ora “visti” attraverso gli occhi di Manuel, cambiando un poco consistenza, come è naturale quando la prospettiva varia. Così Ismail diventa quasi un personaggio mitico, ieratico e saggio esemplare molto interessante e diverso da come lo si percepiva quando era lui stesso a parlare in prima persona.

Di qui viene naturale un confronto con Q, per me abbastanza inutile: mi piace considerare ogni romanzo un universo a sé.
Quando la lettura mi fa pensare troppo a un precedente (al di là di personaggi che ritornano) trovo sia un demerito e uno scivolare nel seriale, e non è questo il caso.
Certo lo stile è diverso, più morbido, ricco di similitudini, in certi punti quasi lirico ma (al di là del percorso autorale) cambia anche la voce narrante che se fosse stata identica a Q, non essendo lo stesso personaggio a parlare, rifletterebbe la personalità dell’autore, non del personaggio. Questo linguaggio appunto più ricco ed evocativo mi pare bene si adatti alla personalità e alla cultura del protagonista per come ci viene presentato. La stessa scelta del tempo al passato (invece del presente, più diretto e dinamico, certo, ma anche pressante e a volte opprimente) conferisce al racconto toni più pacati e riflessivi.

La percezione del mondo ottomano trasmessa è più illuminata e tollerante di quanto l’idea comune la dipinga sulla scia della storiografia di parte e semplicistica, magari più attenta all’esaltazione dell’ideologia religiosa. Basta la lettura di qualche testo storico serio per avere conferma dello studio profondo che c’è alla base del romanzo.

Le forze che si muovono sono soprattutto Veneziane e Ottomane. Rimane in ombra tutta una serie di componenti che operavano all’epoca nel Mediterraneo. Mi chiedo se non rifletta un poco una visione in un certo senso “provinciale” che noi tutti (io per prima) abbiamo del Mediterraneo nel Rinascimento, molto legato alla formazione: chi si interessa della storia di Genova vede la Superba al centro di ogni movimento, chi di Venezia la Serenissima, chi Algeri, chi Tunisi… Vale però il discorso che Istanbul opera soprattutto nell’Adriatico (in contatto maggiore con Venezia) e non si può umanamente parlare di tutti.

Infine il linguaggio, coerente all’epoca e nello stesso tempo non pesante e noioso come potrebbe risultare esagerando con il realismo. Interessante la lingua franca del Mediterraneo e gli studi sulla giudaica.

C’è stata una sola nota che mi è suonata stonata, ma forse dipende da me.
Non sento tanto l’arabicità di alcuni personaggi nel loro parlare. D’accordo, è scritto in italiano, ma chi è di cultura araba costruisce comunque le frasi e le immagini in maniera diversa. In Alì sì, sento di più la sua origine, ma per esempio Lala Mustafa non mi convince, lo percepisco nel modo di ragionare e parlare più occidentale che orientale. Per esempio l’accenno a Leonida: che sia Ismail a citarlo mi sta d’incanto, che Lala Mustafa la capisca e comprenda non so… mi suona un poco strano. Ho cercato la sua biografia ma in rete ho trovato poco, come delle sue origini. Certo, se fosse un rinnegato occidentale magari di nobile famiglia e che quindi ha familiarità con la storia classica, potrebbe essere coerente, ma non so quanto della cultura occidentale fosse penetrata così profondamente in un dignitario ottomano da capire al volo tutto il sottinteso che la figura di Leonida comporta.
Ripeto, mia semplice opinione, forse anche dettata dall’ignoranza.
Come quando accarezzando un tappeto morbidissimo senti sotto le dita qualcosa che stride: potrebbe benissimo non essere un nodo sbagliato ma soltanto le tue mani screpolate.

dicembre-18-09

L’opera al nero

scritto da Leo in libri

loperaalnero

L’opera al nero
di Marguerite Yourcenar

Più che un romanzo storico L’opera al nero è un romanzo filosofico: il passaggio tra il Medioevo e il Rinascimento è in un certo senso una scusa per l’autrice per analizzare diverse forme di pensiero in contrapposizione che ancora oggi trovano basi estremamente attuali, a controprova di come la lettura della storia possa essere un approfondimento della realtà contemporanea.

Zenone, filosofo, medico, alchimista è un personaggio inventato e dichiaratamente composito, creato assemblando vite e caratteristiche di più persone reali (Tommaso Campanella, Paracelso, Erasmo da Rotterdam solo per citarne alcuni).

É il prototipo dell’uomo Moderno, disposto a mettersi eternamente in discussione, che sa che forse le sue opinioni di oggi domani saranno superate.

Il fine è la conoscenza, non la salvezza dell’anima.
Quell’amore per la scienza che porta all’estremo fino a vedere il corpo da sezionare dell’amico morto come “un bell’esemplare della macchina umana” scevro da ogni sentimento e a osservare con occhio distaccato il suo stesso suicidio, ammirato dal movimento del sangue e dei polmoni, dei sensi che piano piano si spengono in successione.

Non ha “abbastanza fede per essere eretico” come gli viene detto, piuttosto dichiara:

“… Mi sono guardato bene dal fare della verità un idolo; ho preferito lasciarle il nome più umile di esattezza. I miei trionfi e i miei pericoli non sono quelli che la gente s’immagina; ci sono altre glorie oltre la gloria e altri roghi oltre il rogo. Sono quasi riuscito a diffidare delle parole. Morirò un po’ meno sciocco di come sono nato.”

Il linguaggio merita una considerazione. La lingua è sontuosa, con costruzioni complesse, parole scelte e ragionate, con immagini poetiche di grande impatto. Ricordo fra tutte la descrizione della peste e di come essa si diffonde fra la popolazione.

È una lingua che ben si adatta al tempo e al luogo ma che è anche parecchio complessa e complicata. La lettura necessita di tempi lunghi e di riletture a breve anche dei singoli paragrafi. Almeno per me è stato così, senz’altro per una mia limitazione o mancanza, ma questo ha penalizzato notevolmente l’apprezzamento personale del libro, al di là dell’obbiettivo valore dello stesso.

dicembre-8-09

Ibrahim Nasrallah

scritto da Leo in libri

Ibrahim Nasrallah

versi

una poesia non è solo parole accostate,
come un romanzo non è solo racconto

Non sono molto brava a parlare di poesia.
Davanti ai poeti mi sento goffa e tarda come un bradipo, ma a volte scopro strofe e suoni che mi sciolgono l’anima.

Ibarhim Nasrallah è il maggior poeta palestinese vivente.
Ho incontrato la sua dignità di uomo e la musica dei suoi versi l’11 novembre scorso alla presentazione della sua prima raccolta di poesie tradotte in italiano alla Libreria Becarelli di Siena.
Mi sono presa un po’ di tempo per leggere e assaporare i testi.

Questa presentata è una raccolta dei versi migliori, altrimenti organizzati in sillogi con un filo conduttore, un canto strutturato, non singoli momenti ma parti di racconti.
Perché la sua è una poesia fortemente narrativa, che racconta storie, non soltanto momenti e sensazioni.

Giordano di nascita ma palestinese di stirpe e di origine, quando si rende conto che lo scopo della sua vita è diventare poeta e scrittore, cosciente di aver avuto una preparazione culturale di livello che giudica non sufficiente, si autoimpone un programma di studio ambizioso.

Partendo dalla lettura dei classici greci attraversa tutte le culture letterarie europee, passando da Omero a Shakespeare fino a Calvino e Pirandello, concentrandosi soprattutto su teatro e poesia. Contemporaneamente si dedica alla lettura delle opere medio orientali preislamiche (letteratura egizia e mesopotamica) e a quelle del circuito arabo, letture coraniche comprese.

In questo modo si costruisce una vasta base culturale che traspare nelle sue opere dove, conformemente a una corrente di letteratura araba contemporanea, le due componenti (modernità legata all’occidente e classicità orientale) si fondono in un unico originale.

Capire la poesia araba per uno che non conosce la lingua è difficile e limitativo: per quanto ottima una traduzione non è in grado di trasmettere tutta la musicalità e il lavorio sulla scelta delle parole di assonanza simile che stanno alla base della composizione.

Così come la sua caratteristica di “parlare” a tutti, al letterato (che ne coglie gli aspetti colti) e al non letterato (che percepisce le assonanze e gli stilemi vecchi di millenni) è del tutto persa per un lettore occidentale. L’uso dei ritmi delle Sure coraniche in contesti moderni possiamo solo scoprirlo per interposta persona.

C’è sia un gusto e un interesse al contenuto e all’emozione che deve trasmettere, sia un altrettanto profondo sguardo alla forma estetica che è difficile se non impossibile rendere uguale in un’altra lingua. In una poesia di alto livello estetica ed emozione devono fondersi nella forma per creare qualcosa di unico.

Quando gli chiedono di commentarne una Ibrahim Nasrallah risponde:
“Si può forse commentare la musica? Chiedere a un poeta di commentare una sua opera è quasi un insulto: l’opera letteraria è l’espressione della libertà assoluta. Se l’autore impone la sua interpretazione si erge a una posizione presuntuosa di dogma. Invece la poesia deve essere libera e se è vera poesia ognuno troverà la sua chiave di lettura, diversa magari da quella che l’ha fatta germogliare.”

Nascere in Giordania in un campo profughi nel 1954 comporta trascorrere l’infanzia in un’atmosfera di rimpianto per la terra, il mare, i campi, gli alberi, i luoghi mai visti filtrati attraverso il ricordo idealizzato degli esuli. Questa malinconia, questo paradiso perduto percorrono spesso i suoi versi, innondandoli di struggimento accorato.

Poesie spesso dolorose ma sempre ricche nello stesso tempo di colore e di gioia, di natura e di animali.
Parlano di morte e guerra ma vanno al di là della guerra contingente. Un Ungaretti arabo in cui le sofferenze travalicano le convinzioni politiche e universalizzano la morte e la guerra.

La natura è ricca, sempre presente, protagonista insieme a oggetti quotidiani (finestre, case, strade, sentieri, vie) che trascendono il loro essere oggetti per diventare idee e concetti
(e questo mi ha ricordato molto “Il mio nome è Rosso” e alcune mie considerazioni fatte all’epoca della lettura).

Si perde, si perde davvero tanto, come è ovvio, nella traduzione.
Quando lui ha letto in arabo un paio di poesie, anche se non si capiva una parola, si restava inchiodati lì, sulla sedia, ad ascoltare quel canto, quella musica.

…….

l’uccello 2

Ecco l’universo salire da sogno ambiguo
Residui di una lunga sera
Guardo da una vetta
Chiedo:
Questa nebbia è il principio dell’aprirsi negli esseri solitari
O sono i cappelli delle palme?
Sento il passo del silenzio
Prima che la verità si completi nella gente mi sono formato
Ho una lingua
Che quando è fiorita
Al mio canto i mari hanno affidato le onde.
Sorge il sole
Libero il canto e chiamo giorno il giorno
Lo accendo di letizia e presenza
Guardo da una vetta
E vedo la gente affrettarsi come stormo.
È la terra… è stata il mio cielo da quando sono nato
E lo spazio era la mia strada
Il campo dove mi disseminavo
Lo coltivavo a canti
Questa è la mia ala
Che era in principio qualche desiderio.
Si susseguono le notti
Si innalza con me la terra
Con la terra io mi innalzo
Rimane appesa nel mio tempo
Si susseguono le notti
Le nottti si susseguono
Conosco questo spazio come conosco l’alba e il campo e la spiga
Catturo le parole e le semino
A voi il vostro smarrimento nello spazio delle domande
Domande
Domande
La domanda qui è in agguato come lupo alla sera
In agguato qui nelle costole
Nel tremore del ramo
In un orizzonte che l’albero non vede
La domanda è sangue che sgorga da ogni collina quale ruscello di fiamme
A me il segreto di tutte le risposte
Nel mio libro sillabatate le forme della folgore
Le prime lettere, il sapore del frutto
Io sono l’uccello dei terrazzi nascosti
Il segreto del passo di danza, il segreto dei canti
Il segreto dello scoppio d’incendi in due pietre e in due fiori
Vado rovesciando questo cielo, piantando azzurro e pioggia
Guardatemi,
Mi riconoscerà il vostro sogno
Sono lo spsirito della prima canzone
E intorno tende piantate, vette e pendii
Gazzelle e destrieri
Lì si sono moltiplicati tutti gli uomini.

(da: Ibrahim Nasrallah, VERSI, a cura di Wasim Dahmash, 2009, Edizioni Q, testo arabo a fronte, pag. 67-69)

novembre-23-09

Presentazione di Altai di Wu Ming

scritto da Leo in libri

Altai

Venerdì scorso sono stata alla presentazione di Altai di Wu Ming a Siena, all’Università di Lettere.

Una prima considerazione pratica e terra terra: ho saputo della cosa attraverso internet (la mailing list di Wu Ming) ma non ho trovato notizia dell’evento da nessuna parte sul territorio, neanche una locandina a Lettere, neanche sulla porta della sala.
L’evento è riuscitissimo lo stesso, non è questo il punto, ma trovo che puntare tutto sulla comunicazione on-line di siti nello stesso entourage o mailing list sia un poco limitativo e tagli via una larga fetta di persone (anche grandi lettori) che potrebbero essere interessati. Almeno qui in provincia di Siena non è che la totalità della gente sia così presente o assidua su internet.
(p.s. Noto magari queste cose più di altri, dato che nella vita mi è capitato e mi capita spesso di organizzare eventi culturali e quindi cerco sempre di imparare da esperienze altrui :-) )

Tornando all’incontro: è un grande valore aggiunto avere l’opportunità di ascoltare e interagire con gli autori, c’è sempre da imparare.

Ero già stata a quello con la lettura del primo capitolo del romanzo a Luglio a Poggibonsi  e conoscevo le tematiche (tra l’altro sono le stesse con cui nel mio piccolo mi sto dibattendo anche io).
Il concetto di guardare la storia per vedere il presente è il mio. Da sempre.

C’è stato però un punto che mi ha fatto rimuginare idee e pensieri anche dopo, perché mi stuzzica e mi intriga quanto mai: una domanda riguardante il ruolo delle donne nei romanzi di Wu Ming.
Riguardo soprattutto a Q viene rimproverata la superficialità (chiamiamola così) con cui viene trattata la figura femminile.
In pratica il fatto che si sente che è scritto da un uomo
(nel senso di genere, non di numero).
Anche io a suo tempo avevo in effetti notato la cosa ma non mi aveva infastidito, era quasi un valore aggiunto.

Perché Q è scritto in prima persona e dal punto di vista di un uomo del ‘500.
A mio parere, ovvio, qui è giusto, giustissimo che venga da dire: a parlare è un uomo. E al di là del sesso dell’autore. Effetto voluto o non voluto che sia.
Anzi, se la filosofia di Wu Ming è proprio l’opera che viene prima del suo autore e non deve importare il numero o la personalità di chi scrive ma solo il testo, il libro, a maggior ragione bisogna sentire l’impronta maschile in Q, visto che chi deve emergere è proprio il personaggio che parla in prima persona.
Se si fosse sentita una sensibilità femminile o fuori contesto storico (perché non va dimentica questa componente nel costruire una personalità maschile o femminile che sia) sarebbe stata un’ingerenza autorale. A mio parere.

In Manituana, per esempio, la mano maschile si avverte molto meno. Ma qui la struttura stessa del romanzo è diversa: la terza persona, il narratore esterno super partes comporta e necessita uno sguardo diverso. Totalmente maschile o totalmente femminile potrebbe portare a critiche (potrebbe, perché non ci vedo nulla di male a scrivere romanzi al maschile o al femminile, ma questo è un altro discorso).

Ho letto di recente Il mio nome è Rosso di Pamuk. Tralasciando la coincidenza di ambientazione e periodo storico (Istanbul nel 1591) mi ha fatto pensare proprio per il discorso di distanza autorale chiamiamola sessuale dell’autore.
Qui la storia è raccontata in prima persona ma a più (tantissime) voci.
Spesso il medesimo episodio è visto da angolazioni diverse e con un linguaggio (che avendolo letto in traduzione posso solo indovinare) diverso.
Diverso è il sesso dei personaggi.
Prendo qui solo un aspetto: la storia d’amore tra Nero e Şeküre. Quando è Nero (personaggio per altro riuscito) a descrivere l’amata lo fa in modo molto convenzionale e quasi stereotipato, ma quando lei prende la parola, ci rimanda un’immagine di lui totalmente diversa e anche qui quasi stereotipata, risultando invece lei a tutto tondo.
Se il romanzo fosse stato scritto tutto da una sola angolazione sarebbe stato bollato per sessista di sicuro, invece l’effetto è voluto e studiato, al di là del sesso dell’autore.

Non ho ancora letto Altai.
Il suo falco mi tenta dalla libreria ma la lettura rientra in un programma mio personale di approfondimento del periodo e delle tematiche.
Dopo Il mio nome è Rosso sono infatti a mezzo de L’Opera al nero della Yourcenar e sto meditando di rileggere Q, visto che il primo incontro l’ho avuto vari anni fa e il mio sguardo e interesse di lettrice è cresciuto e cambiato nel frattempo.

novembre-9-09

Il mio nome è rosso

scritto da Leo in libri

Orhan Pamuk
IL MIO NOME È ROSSO

IL MIO NOME È ROSSO assomiglia a un susseguirsi di scatole cinesi: più approfondisci e ti immergi nella lettura e più scopri chiavi di lettura diverse.

Di primo acchito è un giallo: in una Istanbul innevata nell’inverno del 1591, qualcuno nella cerchia dei miniaturisti del Sultano, compie dei feroci assassinii nel tentativo di proteggere (o forse impedire) la realizzazione di un Libro Proibito commissionato dal Sultano e decorato di nascosto dai migliori di loro.

Su questa vena giallistica si inserisce la storia d’amore tra Nero e Şeküre, condita da gelosie e intrighi, calcoli e slanci d’affetto.

Ma è anche romanzo d’arte, di miniature e ragionamenti sull’essere artisti da cui si passa a un altro piano, quello religioso.

Descrivendo il contrasto tra il mondo ultraconservatore dei miniaturisti arabi e le seducenti innovazioni proposte dai pittori occidentali
(rappresentare cioè il mondo come lo vedono gli occhi di Allah, dipingendo non l’oggetto ma l’idea stessa e il significato dell’oggetto, contro il vederlo con gli occhi dell’uomo attraverso prospettiva e realismo) si passa a una sfera più profonda, in cui le radici religiose intransigenti toccano proprio il concetto di raffigurazione pittorica (o nel caso arabo miniaturistica).

È eretico o no disegnare al posto di un cavallo ideale (personificazione dell’idea di cavallo con le zampe anteriori innaturalmente stese in avanti) un cavallo reale, proprio quello lì, con il muso tagliato come è usanza tra i Mongoli?

Non cavalli disegnati a memoria da miniaturisti ormai ciechi che ricopiano modelli antichi, quindi, ma cavalli di miniaturisti che vanno sui campi di battaglia a vederli davvero in mezzo alla mischia.

C’è molto di più, ne IL MIO NOME È ROSSO, di un romanzo giallo, d’amore o d’arte: c’è l’analisi di un mondo diviso da due correnti che lo lacerano, proprio come lacerato è l’assassino che parla e si rapporta con gli altri in maniera diversa a secondo di quale parte recita: l’amico sincero o l’assassino, con le sue mille sfaccettature e contraddizioni interne.

Personaggio cupo, dilaniato, che richiama degnamente alla mente Raskol’nikov ma da cui si discosta per la totale mancanza dell’angoscia per l’attesa del castigo tipica della mentalità cristiana.

Altra caratteristica che delizia (o, a seconda del lettore, respinge) di questo romanzo sono le voci, le tante voci che lo compongono, ognuna con la sua personalità e il suo stile, in un affresco corale che lor rende unico.

Subito abbiamo l’impatto con il morto, gettato nel pozzo e abbandonato, che parla in prima persona. Sì, inizia proprio così: “Adesso io sono un morto, un cadavere in fondo a un pozzo”.
Poi pian piano tutti gli altri, uno dietro l’altro, in un susseguirsi che sbalordisce e sconcerta anche un po’, un coro di personaggi ognuno con la sua verità, alcuni veramente deliziosi come mi piace ricordare l’ebrea Esther, persone ma anche animali o entità (la Morte, Satana) o meglio disegni di animali e entità o meglio ancora un cantastorie eretico che dà voce all’idea che detti disegni esprimono. Su tutti primeggia il rosso che dà il titolo al romanzo.

Il ROSSO, sì, proprio il colore, quello del sangue di Zio Effendi ucciso e dell’inchiostro che esce dal calamaio che lo uccide, il rosso che pervade le miniature per esprimere la gioia e quello che avvolge Zio Effendi quando raggiunge il Paradiso.

Un ROSSO talmente avvolgente da diventare in alcune pagine vero protagonista, espressione della gioia più pura, quando anche il lettore si trova immerso in un universo vermiglio e deve quasi posare il libro e guardarsi stupito intorno per recuperare gli altri colori, perché anche i suoi pensieri leggendo sono diventati rossi.

 ROSSO quindi, ma anche oro, anche bianco della neve su Istanbul, colori infiniti delle miniature che vengono descritte e descrivono il romanzo.

Ogni scena, infatti, pare una miniatura, precisa, raffinata, studiata, ripetitiva. Ci si chiede se si sta leggendo un libro oppure guardando una serie di disegni.

Lo stile e la scrittura sono caldi e ricchi, quasi musicali nelle ripetizioni volute, necessita di calma e va assaporata lentamente.

Non è né vuole essere un libro facile che si legge d’un fiato, anzi, molto del suo fascino sta nella lentezza, nella ripetizione, nella aneddotica e nel gusto della parola.

 È un libro che o si ama o si getta via dopo poche pagine: non ha vie di mezzo.

(Si è discusso del libro durante l’incontro del 3 novembre del Gruppo di Lettura di Siena)

novembre-6-09

il Gruppo di Lettura di Siena

scritto da Leo in libri

Sto frequentando da alcuni mesi (cioè da quando ha iniziato l’attività) un Gruppo di Lettura a Siena e mi sto appassionando a questo modo quasi creativo, sicuramente più consapevole, di intendere la lettura.

Le riunioni si svolgono presso la Libreria Becarelli (Viale Mameli 14-16) grazie all’inziativa di Gabriella, la titolare, che con generosità offre la sala delle conferenze ogni primo martedì del mese.

Ancora non ha un nome ufficiale definito: il più accreditato è il Cane Rosa o lo Spinone in onore di Cesare, l’affettuosa mascotte della libreria ma ancora non tutti sono d’accordo.

Questa esperienza ha cambiato un po’ il mio intendere la lettura aiutandomi a renderlo più consapevole.

Conoscevo già la gioia della condivisione di impressioni e sensazioni ma solo da incontri casuali con amici o da discussioni (scritte) su forum letterari (da sempre frequento quello di Leggendo Scrivendo), ma è una cosa ben diversa ritrovarsi in dieci e spesso più persone legate dal piacere del leggere un libro (non dall’amore per il libro stesso, cosa ben diversa), diversi per età, esperienze, percorsi e gusti.

Dal titolo contingente si spazia spesso in maniera naturale e spontanea su altri argomenti di attualità, cultura, letteratura.

L’occasione di leggere libri che magari non avrei affrontato di mia iniziativa e di vederli anche da punti di vista diversi dai miei a parer mio arricchisce sempre moltissimo.

Al di là della lettura c’è poi il piacere di amicizie nuove nate proprio da questa rassicurante frequentazione mensile, che, libro dopo libro, incontro dopo incontro, travalicano l’occasione specifica per diventare anche presenze vere.

In seguito alle riunioni ho elaborato a volte anche delle brevi recensioni uscite su siti con cui collaboro (per L’arte della Gioia e La teoria delle nuvole) e ho approfondito per mia curiosità una piccola sintesi del fenomeno Gruppi di Lettura in generale.

Il prossimo incontro è fissato per martedì 1 dicembre 2009 e il libro scelto è L’Opera al nero di Marguerite Yourcenar

i libri letti e commentati nel corso degli incontri fino a oggi:
Goliarda Sapienza – L’arte della gioia
Erri De Luca – Il giorno prima della felicità
Manna Parsi – L’Iran che conoscevo io
Elvira Dones – Vergine giurata
Stéphane Audeguy – La teoria delle nuvole
Orhan Pamuk – Il mio nome è rosso

settembre-25-09

Lib(e)ro

scritto da Leo in Pagine, recensioni

Lib(e)ro

Il gioco della E chiusa tra parentesi sintetizza nel titolo l’essenza stessa del sito:
libertà di pensiero (argomento purtroppo attuale al giorno d’oggi e non così scontato) e libri.

“Ogni libro racchiude l’essenza dei pensieri di chi lo scrive, ogni libro mi ha donato un’emozione, alcuni mi hanno presa per mano fino a trasportarmi nel loro viaggio, altri mi hanno cullato in un tenero e caloroso abbraccio nelle mie lunghe notti insonni, mi hanno donato un sorriso, una lacrima e tanti spunti di riflessione…”

così si legge nella premessa alle recensioni.

ma Lib(e)ro NON è SOLO un raccoglitore di riflessioni librarie.

Lib(e)ro è un sito ricco di contenuti culturali, di notizie del mondo dell’editoria ma anche della pittura e dell’immagine: splendide le opere pittoriche e fotografiche che compaiono nell’Headlines Today a scorrimento e che portano ad altrettante pagine di artisti, alcune veramente evocative e d’effetto.
E poi Musica, Video, Spiritualità, Emozioni, il tutto esposto con stile sobrio e dignitoso, da professionista.

Il 22 settembre è stata pubblicata anche una recensione al mio romanzo  firmata da Katia Ciarrocchi che ha saputo cogliere ed esporre in maniera superba alcuni aspetti che non tutti hanno notato. Una citazione di Coelho, autore che amo molto, utilizzata per sottolinearne alcuni mi ha fatto piacere in modo particolare.

Lib(e)ro è anche su Facebook.

.......................................... Un ringraziamento particolare a Daniele Bandini per l'aiuto che mi ha dato nel realizzare questo sito.
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