Il romanzo è dedicato a
Jean Marteilhe
ma chi era costui?
Giovane borghese ugonotto, nato a Bergerac nel 1684, non sopportando l’incrudelirsi delle persecuzioni nei confronti dei protestanti francesi conseguente all’Editto di Fontainebleau e alla revoca di quello di Nantes, a sedici anni attraversò clandestinamente la Francia con un coetaneo cercando di passare il confine.
Catturati a Marienbourg furono condannati dal Tribunale di Tournai alla galera perenne il 22 novembre 1701.
All’epoca, i protestanti che tentavano di lasciare il paese o praticavano pubblicamente la loro fede nella Chiesa Riformata venivano per lo più condannati a morte, ma in alcuni casi, proprio per dare l’esempio e promuovere la paura, la pena veniva commutata nell’ergastolo sulle galee.
Si calcola che tra il 1680 e il 1748, solo il 4% dei condannati alla galea aveva come motivazione la fede religiosa.
Forzato prima sulla galea La Palme, dove rimase anche ferito in un combattimento nel 1708, passò quindi in vari bagni penali francesi fino a essere di nuovo imbarcato sulla Grande Réale.
Nel 1731 La regina Anna d’Inghilterra ottenne dal Re Sole il rilascio di quei protestanti che avessero accettato di lasciare il paese. Fra i 136 galeotti che accettarono ci fu anche Jean Marteilhe.
Il lato ironico della vicenda fu che la clausola con cui venne liberato (lasciare la Francia) aveva la stessa motivazione per cui era stato condannato (aver tentato di espatriare).
Peregrinò in Italia, Svizzera, Germania e Inghilterra finché si stabilì in Olanda a Keylenberg, dove gli venne assegnata una pensione, si sposò con una rifugiata francese e morì nel 1777.
Nel 1757 uscirono a Rotterdam le sue “Memorie di un protestante condannato alle garere di Francia a causa della sua religione, scritte da lui stesso”, una testimonianza diretta, appassionata e dolorosa, delle condizioni che esistevano a bordo delle galee, tradotta in inglese da Oliver Goldsmith (l’autore del romanzo Il vicario di Wakefield) con lo speudonimo di James Willington.
Attraverso le sue pagine possiamo avere un quadro abbastanza completo della vita dei forzati, altrimenti non conosciuta nella sua realtà, che possiamo estendere a tutto il periodo in cui furono in uso (e non solo quindi all’inizio del ‘700), sia in ambiente cristiano che mussulmano.
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Leggendo qualche estratto mi è venuta voglia di raccontare la storia di un personaggio come lui, cercando di interpretare, come un’attore, la sua parte.
Le sue parole rieccheggiano nella parte del romanzo ambientata sulla galea
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Per chi volesse saperne di più, le memorie di Marteilhe sono disponibili, digitalizzate da google, in una traduzione inglese del 1867 dal titolo: “The Huguenot Galley-Slave”.
















