Venerdì scorso sono stata alla presentazione di Altai di Wu Ming a Siena, all’Università di Lettere.
Una prima considerazione pratica e terra terra: ho saputo della cosa attraverso internet (la mailing list di Wu Ming) ma non ho trovato notizia dell’evento da nessuna parte sul territorio, neanche una locandina a Lettere, neanche sulla porta della sala.
L’evento è riuscitissimo lo stesso, non è questo il punto, ma trovo che puntare tutto sulla comunicazione on-line di siti nello stesso entourage o mailing list sia un poco limitativo e tagli via una larga fetta di persone (anche grandi lettori) che potrebbero essere interessati. Almeno qui in provincia di Siena non è che la totalità della gente sia così presente o assidua su internet.
(p.s. Noto magari queste cose più di altri, dato che nella vita mi è capitato e mi capita spesso di organizzare eventi culturali e quindi cerco sempre di imparare da esperienze altrui
)
Tornando all’incontro: è un grande valore aggiunto avere l’opportunità di ascoltare e interagire con gli autori, c’è sempre da imparare.
Ero già stata a quello con la lettura del primo capitolo del romanzo a Luglio a Poggibonsi e conoscevo le tematiche (tra l’altro sono le stesse con cui nel mio piccolo mi sto dibattendo anche io).
Il concetto di guardare la storia per vedere il presente è il mio. Da sempre.
C’è stato però un punto che mi ha fatto rimuginare idee e pensieri anche dopo, perché mi stuzzica e mi intriga quanto mai: una domanda riguardante il ruolo delle donne nei romanzi di Wu Ming.
Riguardo soprattutto a Q viene rimproverata la superficialità (chiamiamola così) con cui viene trattata la figura femminile.
In pratica il fatto che si sente che è scritto da un uomo
(nel senso di genere, non di numero). Anche io a suo tempo avevo in effetti notato la cosa ma non mi aveva infastidito, era quasi un valore aggiunto.
Perché Q è scritto in prima persona e dal punto di vista di un uomo del ‘500.
A mio parere, ovvio, qui è giusto, giustissimo che venga da dire: a parlare è un uomo. E al di là del sesso dell’autore. Effetto voluto o non voluto che sia.
Anzi, se la filosofia di Wu Ming è proprio l’opera che viene prima del suo autore e non deve importare il numero o la personalità di chi scrive ma solo il testo, il libro, a maggior ragione bisogna sentire l’impronta maschile in Q, visto che chi deve emergere è proprio il personaggio che parla in prima persona.
Se si fosse sentita una sensibilità femminile o fuori contesto storico (perché non va dimentica questa componente nel costruire una personalità maschile o femminile che sia) sarebbe stata un’ingerenza autorale. A mio parere.
In Manituana, per esempio, la mano maschile si avverte molto meno. Ma qui la struttura stessa del romanzo è diversa: la terza persona, il narratore esterno super partes comporta e necessita uno sguardo diverso. Totalmente maschile o totalmente femminile potrebbe portare a critiche (potrebbe, perché non ci vedo nulla di male a scrivere romanzi al maschile o al femminile, ma questo è un altro discorso).
Ho letto di recente Il mio nome è Rosso di Pamuk. Tralasciando la coincidenza di ambientazione e periodo storico (Istanbul nel 1591) mi ha fatto pensare proprio per il discorso di distanza autorale chiamiamola sessuale dell’autore.
Qui la storia è raccontata in prima persona ma a più (tantissime) voci.
Spesso il medesimo episodio è visto da angolazioni diverse e con un linguaggio (che avendolo letto in traduzione posso solo indovinare) diverso.
Diverso è il sesso dei personaggi.
Prendo qui solo un aspetto: la storia d’amore tra Nero e Şeküre. Quando è Nero (personaggio per altro riuscito) a descrivere l’amata lo fa in modo molto convenzionale e quasi stereotipato, ma quando lei prende la parola, ci rimanda un’immagine di lui totalmente diversa e anche qui quasi stereotipata, risultando invece lei a tutto tondo.
Se il romanzo fosse stato scritto tutto da una sola angolazione sarebbe stato bollato per sessista di sicuro, invece l’effetto è voluto e studiato, al di là del sesso dell’autore.
Non ho ancora letto Altai.
Il suo falco mi tenta dalla libreria ma la lettura rientra in un programma mio personale di approfondimento del periodo e delle tematiche.
Dopo Il mio nome è Rosso sono infatti a mezzo de L’Opera al nero della Yourcenar e sto meditando di rileggere Q, visto che il primo incontro l’ho avuto vari anni fa e il mio sguardo e interesse di lettrice è cresciuto e cambiato nel frattempo.

















