Il Fiore degli Abissi

Romanzo d’avventura di Leonilde Bartarelli

Benvenuti a bordo! Io, Andrea Raggio detto il Rosso, capudan della feluca più ardita di tutti i mari, vi auguro buona navigazione. Non abbiate paura di patire il mal di mare, di incontrare pirati o fondali insidiosi: accanto a me non potrà succedervi nulla di brutto, solo qualcosa di molto, molto avventuroso...

novembre-23-09

Presentazione di Altai di Wu Ming

scritto da Leo in libri

Altai

Venerdì scorso sono stata alla presentazione di Altai di Wu Ming a Siena, all’Università di Lettere.

Una prima considerazione pratica e terra terra: ho saputo della cosa attraverso internet (la mailing list di Wu Ming) ma non ho trovato notizia dell’evento da nessuna parte sul territorio, neanche una locandina a Lettere, neanche sulla porta della sala.
L’evento è riuscitissimo lo stesso, non è questo il punto, ma trovo che puntare tutto sulla comunicazione on-line di siti nello stesso entourage o mailing list sia un poco limitativo e tagli via una larga fetta di persone (anche grandi lettori) che potrebbero essere interessati. Almeno qui in provincia di Siena non è che la totalità della gente sia così presente o assidua su internet.
(p.s. Noto magari queste cose più di altri, dato che nella vita mi è capitato e mi capita spesso di organizzare eventi culturali e quindi cerco sempre di imparare da esperienze altrui :-) )

Tornando all’incontro: è un grande valore aggiunto avere l’opportunità di ascoltare e interagire con gli autori, c’è sempre da imparare.

Ero già stata a quello con la lettura del primo capitolo del romanzo a Luglio a Poggibonsi  e conoscevo le tematiche (tra l’altro sono le stesse con cui nel mio piccolo mi sto dibattendo anche io).
Il concetto di guardare la storia per vedere il presente è il mio. Da sempre.

C’è stato però un punto che mi ha fatto rimuginare idee e pensieri anche dopo, perché mi stuzzica e mi intriga quanto mai: una domanda riguardante il ruolo delle donne nei romanzi di Wu Ming.
Riguardo soprattutto a Q viene rimproverata la superficialità (chiamiamola così) con cui viene trattata la figura femminile.
In pratica il fatto che si sente che è scritto da un uomo
(nel senso di genere, non di numero).
Anche io a suo tempo avevo in effetti notato la cosa ma non mi aveva infastidito, era quasi un valore aggiunto.

Perché Q è scritto in prima persona e dal punto di vista di un uomo del ‘500.
A mio parere, ovvio, qui è giusto, giustissimo che venga da dire: a parlare è un uomo. E al di là del sesso dell’autore. Effetto voluto o non voluto che sia.
Anzi, se la filosofia di Wu Ming è proprio l’opera che viene prima del suo autore e non deve importare il numero o la personalità di chi scrive ma solo il testo, il libro, a maggior ragione bisogna sentire l’impronta maschile in Q, visto che chi deve emergere è proprio il personaggio che parla in prima persona.
Se si fosse sentita una sensibilità femminile o fuori contesto storico (perché non va dimentica questa componente nel costruire una personalità maschile o femminile che sia) sarebbe stata un’ingerenza autorale. A mio parere.

In Manituana, per esempio, la mano maschile si avverte molto meno. Ma qui la struttura stessa del romanzo è diversa: la terza persona, il narratore esterno super partes comporta e necessita uno sguardo diverso. Totalmente maschile o totalmente femminile potrebbe portare a critiche (potrebbe, perché non ci vedo nulla di male a scrivere romanzi al maschile o al femminile, ma questo è un altro discorso).

Ho letto di recente Il mio nome è Rosso di Pamuk. Tralasciando la coincidenza di ambientazione e periodo storico (Istanbul nel 1591) mi ha fatto pensare proprio per il discorso di distanza autorale chiamiamola sessuale dell’autore.
Qui la storia è raccontata in prima persona ma a più (tantissime) voci.
Spesso il medesimo episodio è visto da angolazioni diverse e con un linguaggio (che avendolo letto in traduzione posso solo indovinare) diverso.
Diverso è il sesso dei personaggi.
Prendo qui solo un aspetto: la storia d’amore tra Nero e Şeküre. Quando è Nero (personaggio per altro riuscito) a descrivere l’amata lo fa in modo molto convenzionale e quasi stereotipato, ma quando lei prende la parola, ci rimanda un’immagine di lui totalmente diversa e anche qui quasi stereotipata, risultando invece lei a tutto tondo.
Se il romanzo fosse stato scritto tutto da una sola angolazione sarebbe stato bollato per sessista di sicuro, invece l’effetto è voluto e studiato, al di là del sesso dell’autore.

Non ho ancora letto Altai.
Il suo falco mi tenta dalla libreria ma la lettura rientra in un programma mio personale di approfondimento del periodo e delle tematiche.
Dopo Il mio nome è Rosso sono infatti a mezzo de L’Opera al nero della Yourcenar e sto meditando di rileggere Q, visto che il primo incontro l’ho avuto vari anni fa e il mio sguardo e interesse di lettrice è cresciuto e cambiato nel frattempo.

novembre-9-09

Il mio nome è rosso

scritto da Leo in libri

Orhan Pamuk
IL MIO NOME È ROSSO

IL MIO NOME È ROSSO assomiglia a un susseguirsi di scatole cinesi: più approfondisci e ti immergi nella lettura e più scopri chiavi di lettura diverse.

Di primo acchito è un giallo: in una Istanbul innevata nell’inverno del 1591, qualcuno nella cerchia dei miniaturisti del Sultano, compie dei feroci assassinii nel tentativo di proteggere (o forse impedire) la realizzazione di un Libro Proibito commissionato dal Sultano e decorato di nascosto dai migliori di loro.

Su questa vena giallistica si inserisce la storia d’amore tra Nero e Şeküre, condita da gelosie e intrighi, calcoli e slanci d’affetto.

Ma è anche romanzo d’arte, di miniature e ragionamenti sull’essere artisti da cui si passa a un altro piano, quello religioso.

Descrivendo il contrasto tra il mondo ultraconservatore dei miniaturisti arabi e le seducenti innovazioni proposte dai pittori occidentali
(rappresentare cioè il mondo come lo vedono gli occhi di Allah, dipingendo non l’oggetto ma l’idea stessa e il significato dell’oggetto, contro il vederlo con gli occhi dell’uomo attraverso prospettiva e realismo) si passa a una sfera più profonda, in cui le radici religiose intransigenti toccano proprio il concetto di raffigurazione pittorica (o nel caso arabo miniaturistica).

È eretico o no disegnare al posto di un cavallo ideale (personificazione dell’idea di cavallo con le zampe anteriori innaturalmente stese in avanti) un cavallo reale, proprio quello lì, con il muso tagliato come è usanza tra i Mongoli?

Non cavalli disegnati a memoria da miniaturisti ormai ciechi che ricopiano modelli antichi, quindi, ma cavalli di miniaturisti che vanno sui campi di battaglia a vederli davvero in mezzo alla mischia.

C’è molto di più, ne IL MIO NOME È ROSSO, di un romanzo giallo, d’amore o d’arte: c’è l’analisi di un mondo diviso da due correnti che lo lacerano, proprio come lacerato è l’assassino che parla e si rapporta con gli altri in maniera diversa a secondo di quale parte recita: l’amico sincero o l’assassino, con le sue mille sfaccettature e contraddizioni interne.

Personaggio cupo, dilaniato, che richiama degnamente alla mente Raskol’nikov ma da cui si discosta per la totale mancanza dell’angoscia per l’attesa del castigo tipica della mentalità cristiana.

Altra caratteristica che delizia (o, a seconda del lettore, respinge) di questo romanzo sono le voci, le tante voci che lo compongono, ognuna con la sua personalità e il suo stile, in un affresco corale che lor rende unico.

Subito abbiamo l’impatto con il morto, gettato nel pozzo e abbandonato, che parla in prima persona. Sì, inizia proprio così: “Adesso io sono un morto, un cadavere in fondo a un pozzo”.
Poi pian piano tutti gli altri, uno dietro l’altro, in un susseguirsi che sbalordisce e sconcerta anche un po’, un coro di personaggi ognuno con la sua verità, alcuni veramente deliziosi come mi piace ricordare l’ebrea Esther, persone ma anche animali o entità (la Morte, Satana) o meglio disegni di animali e entità o meglio ancora un cantastorie eretico che dà voce all’idea che detti disegni esprimono. Su tutti primeggia il rosso che dà il titolo al romanzo.

Il ROSSO, sì, proprio il colore, quello del sangue di Zio Effendi ucciso e dell’inchiostro che esce dal calamaio che lo uccide, il rosso che pervade le miniature per esprimere la gioia e quello che avvolge Zio Effendi quando raggiunge il Paradiso.

Un ROSSO talmente avvolgente da diventare in alcune pagine vero protagonista, espressione della gioia più pura, quando anche il lettore si trova immerso in un universo vermiglio e deve quasi posare il libro e guardarsi stupito intorno per recuperare gli altri colori, perché anche i suoi pensieri leggendo sono diventati rossi.

 ROSSO quindi, ma anche oro, anche bianco della neve su Istanbul, colori infiniti delle miniature che vengono descritte e descrivono il romanzo.

Ogni scena, infatti, pare una miniatura, precisa, raffinata, studiata, ripetitiva. Ci si chiede se si sta leggendo un libro oppure guardando una serie di disegni.

Lo stile e la scrittura sono caldi e ricchi, quasi musicali nelle ripetizioni volute, necessita di calma e va assaporata lentamente.

Non è né vuole essere un libro facile che si legge d’un fiato, anzi, molto del suo fascino sta nella lentezza, nella ripetizione, nella aneddotica e nel gusto della parola.

 È un libro che o si ama o si getta via dopo poche pagine: non ha vie di mezzo.

(Si è discusso del libro durante l’incontro del 3 novembre del Gruppo di Lettura di Siena)

.......................................... Un ringraziamento particolare a Daniele Bandini per l'aiuto che mi ha dato nel realizzare questo sito.
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