Il Fiore degli Abissi

Romanzo d’avventura di Leonilde Bartarelli

Benvenuti a bordo! Io, Andrea Raggio detto il Rosso, capudan della feluca più ardita di tutti i mari, vi auguro buona navigazione. Non abbiate paura di patire il mal di mare, di incontrare pirati o fondali insidiosi: accanto a me non potrà succedervi nulla di brutto, solo qualcosa di molto, molto avventuroso...

ottobre-25-09

La Colonna Infame

scritto da Leo in Storia, eventi, luoghi

Se passate per Via del Campo, a Genova, trovate a un certo punto, sulla sinistra venendo da Porta dei Vacca, una grande fontana.

Dietro, sulla destra, si intravvede una piazzetta e una colonna di cemento con una lapide.

In questo punto, nel 1600 sorgeva la casa della famiglia Vacchero proprietaria di parecchi terreni e abitazioni nella zona (da loro deriva il nome della porta già di Santa Fede), rasa al suolo per ordine della Repubblica nel 1628.

Il 1 aprile 1628 era la data fissata da Giulio Cesare Vacchero per una importante congiura da lui capitanata a favore del duca Carlo Emanuele I; se fosse riuscita l’oligarchia che reggeva la Repubblica sarebbe stata distrutta, i capi del governo e i nobili uccisi e i Savoia avrebbero annesso Genova ai loro possedimenti. Già a Torino erano pronte delle truppe, comandate dal principe Vittorio Amedeo, per conquistare Acqui e Alba e riunirsi ai rivoltosi.

Ma la sera del 31 marzo uno dei congiurati tradì i compagni e i principali responsabili arrestati.

A nulla valsero le pressioni diplomatiche dei Savoia, che ricorsero anche al ricatto, minacciando di uccidere dei genovesi prigionieri a Torino, né amicizie o suppliche: il 31 maggio di quello stesso anno Giulio Cesare Vacchero e i suoi più fidi collaboratori (fra cui Nicolò Zignago, notissimo e stimatissimo chirurgo) furono giustiziati e le case rase al suolo.

In particolare, in via del Campo, venne posta una Colonna Infame a ricordo dell’evento su cui si legge:

JVLIJ CÆSARIS VACHERIJ
PERDITISSIMI HOMINIS
INFAMIS MEMORIA
QVI CVM REPVBLICAM CONSPIRASSENT
OBTRVNCATO CAPITE, PVBLICATIS BONIS
EXPVLSIS FILIIS, DIRVTAQUE DOMO
DEBITAS PŒNAS LVIT
A. S. MDCXXVIII

(Traduzione: A memoria dell’infame Giulio Cesare Vachero, uomo scelleratissimo, il quale avendo cospirato contro la Repubblica, mozzatogli il capo, confiscatigli i beni, banditigli i figli, demolitagli la casa, espiò le pene dovute)

Anni dopo la famiglia, per mascherare almeno un po’ la vergogna, dato che non poteva far abbattere la colonna, le costruì davanti la grande fontana per nasconderla ai passanti.

Giulio Cesare Vacchero, dal ritratto che ci hanno tramandato i suoi giudici, pare fosse un individuo spregevole e malvagio. 

Sarebbe interessante sapere come sarebbe uscita la sua figura nella storia se la congiura avesse avuto successo.

Di sicuro si sa che, nonostante fosse stato sottoposto a torture orribili, non parlò mai né fece nomi o ammise di essere al servizio del Duca di Savoia. Solo quando seppe di essere stato condannato all’impiccagione si infuriò, pretendendo di essere decapitato, morte considerata più onorevole, e fu accontentato.

La colonna attuale è un pilastro di cemento con la lapide spostato rispetto alla sua collocazione originaria: quella autentica venne abbattuta negli anni ‘60/’70 per far posto al parcheggio delle auto nella piazzetta.

settembre-9-09

Galata – Museo del Mare

scritto da Leo in museo

Chi è convinto che i musei siano tutti luoghi noiosi e polverosi deve fare una capatina al

Galata, museo del Mare di Genova


È il più limpido esempio di come un museo può e deve essere appassionante e coinvolgente.

Visitarlo è come partire per un vero e proprio Viaggio nella storia del Mediterraneo, della Navigazione e delle nostre tradizioni, dall’epoca del remo e delle galee fino ai grandi piroscafi a vapore, lungo quattro piani di esposizione mai noiosa ma sempre stimolante e interattiva.

Anche quando l’argomento per la sua stessa natura si presta ad abbassare il tono l’uso di computer e di strumenti informatici stuzzica l’attenzione.
Nel mio caso, per esempio, nella sala delle carte nautiche, che solitamente mi lasciano molto indifferente se non sbadigliante, sono riuscita a trascorrere parecchio tempo tutta presa dalla presentazione virtuale e dalle rotte segnate.

Spesso si incontrano situazioni in cui il visitatore
(non solo bambino, anzi, qui è l’adulto che ritorna bambino!)
può intervenire, provando la sensazione di prendere in mano
un remo
incatenato a un bancone di una galea
oppure il timone a bordo di una baleniera nelle acque del Capo Horn.

Le ricostruzioni a grandezza naturale aiutano a sentire
le atmosfere di un porto e di un cantiere navale e
a vivere avventure e sensazioni a noi lontane sulla tolda di un brigantino o di un translatlantico.

Persino l’olfatto è stimolato: affacciandosi a un bidone si può sentire l’odore dell’acqua putrescente che veniva distribuita a bordo delle galee.

Ho scoperto il museo già vari anni fa, quando occupava un piano nei Magazzini del Cotone. Mio figlio, allora piccolino, conserva ancora il ricordo della sala del naufragio che lo aveva terrorizzato e sedotto alla sua prima visita e che ha rivisto, interattiva, nella nuova sede.

Ora che sia lui che sua sorella sono cresciuti e sono nella fase adolescenziale del disdegno assoluto per ogni cosa che possa interessare me, ogni tanto, quando sono a Genova di passaggio, mi piace ancora perdermi da sola nelle sale e scoprire quale emigrante impersonerò nel viaggio trascontinentale della mostra “La Merica! Da Genova a Ellis Island”. Sono già stata Eleonora Duse e una povera viaggiatrice di terza classe che ha perduto nella traversata due figli. Peccato che a fine mese la mostra termini: sarebbe divertente interpretare qualcun altro!

Galata Museo del Mare
Calate De Mari, 1 (Darsena Via Gramsci)
12126 – Genova
www.galatamuseodelmare.it

le foto sono tratte dal sito del Museo

luglio-5-09

La Congiura dei Fieschi

scritto da Leo in eventi

A un certo punto, nel romanzo, viene descritta una ribellione popolare.
Per la dinamica e la strategia tattica mi sono ispirata a un evento avvenuto nel 1547 a Genova:

La Congiura dei Fieschi

A Genova, nonostante una riforma costituzionale del 1528 che prevedeva la partecipazione del popolo al governo, chi deteneva il potere erano i nobili e soprattutto il potentissimo Andrea Doria, ammiraglio di Carlo V.

Nato nel 1466, in quegli anni aveva delegato molto al nipote prediletto Giannettino Doria, orgoglioso e violento, malvoluto dai nobili e dal popolo.

Uno di questi era il venticinquenne Gian Luigi Fieschi, conte di Lavagna e signore di Pontremoli, orfano di Siniscalco Fieschi amico del vecchio Doria e imparentato con Giannettino tramite la moglie Eleonora Cybo dei marchesi di Massa.

Molto si è discusso sulla figura di questo giovane uomo: c’è chi lo ha visto come un novello Bruto, pronto a difendere la libertà e la repubblica, e chi invece un ambizioso e avido politico, invidioso del potere.

Sembra covasse rancori familiari contro i Doria e che si trovava in difficoltà economiche. Importanti erano comunque le motivazioni economico politiche che sfociavano nel desiderio di una parte dei nobili genovesi di sganciarsi dalla Spagna per riavvicinarsi alla Francia.

Quali che fossero le motivazioni reali a spingerlo, si ritrovò a capo della più importante congiura perpetrata a danno dei Doria, o per lo meno all’unica che sembrò in un primo momento riuscire davvero.

Ne presero parte attiva anche i suoi fratelli Cornelio, Gerolamo e Ottobuono Fieschi, Raffaele Sacco (giureconsulto savonese filofrancese) e Vincenzo Calcagno (varesino).  L’amico Giambattista Verrina garantì l’appoggio del popolo e dei capi popolari mentre da lontano dettero l’appoggio i Farnese di Piacenza, famiglia a cui apparteneva il papa Paolo III, e il Re di Francia.

Voci di quanto si stava organizzando arrivarono alle orecchie di Carlo V che avvertì subito il suo Ammiraglio attraverso l’ambasciatore, ma Andrea Doria non diede importanza alla cosa.

Con la scusa di armare contro i barbareschi quattro galee pontificie fornite dal Farnese, Gian Luigi fece affluire a Genova moltissimi suoi sudditi dei feudi appenninici di Montoggio e altri ne fece entrare in città di nascosto.

Nella domenica 2 gennaio 1547 il Fieschi si fece vedere in giro allegramente come se nulla fosse e fece visita ad Andrea Doria giocando e scherzando con i figli di Giannettino, guadagnandosi in questo modo la fama imperitura di doppiezza e falsità.
Quindi finse di organizzare una cena estemporanea invitando nobili che sapeva simpatizzanti alla causa filofrancese a casa sua e, finito di mangiare, si presentò in armatura da guerra tenendo un discorso inneggiante la libertà.

Solo un paio di convitati si rifiutarono di seguirlo, furono rinchiusi nel palazzo e lui si accomiatò dalla moglie che ancora non sapeva nulla.

Le galee pontificie avute dai Farnesi si portarono in mare, a chiudere l’uscita del porto, con a bordo il Verrina e una volta raggiunta la posizione spararono un colpo di cannone per segnalare l’inizio della rivolta. Le milizie allora dovevano impadronirsi delle porte, per poi scendere al porto e catturare le galee dei D’Oria facendo insorgere gli schiavi barbareschi al grido di “Gatto” (l’emblema dei Fieschi) e “Libertà”.

Il piano inizialmente riuscì: i congiurati riuscirono a uccidere Giannettino, accorso sentendo i clamori, e a occupare tutti i posti chiave della città, ma nella confusione degli avvenimenti, nel passare da una galea all’altra, Gian Luigi cadde in acqua e fu trascinato sul fondo dalla pesante armatura senza che nessuno se ne accorgesse.

Appena si diffuse la notizia che Gian Luigi non si trovava da nessuna parte, i rivoltosi si ritirarono demotivati, mentre i popolani ritiravano il loro appoggio, rinchiudendosi nelle case.

Circa 300 galeotti mussulmani ne approfittarono per impadronirsi di una galea e scappare.
Non riuscendo a risollevare i tumulti e scorraggiati, i congiurati trattarono con il Senato della Repubblica (Andrea Doria si era rifugiato in fretta e furia a Sestri), ottenendo l‘indulto a patto di lasciare la città.

Ma appena il vecchio tornò a Genova pretese vendetta: l’indulto fu revocato, i beni confiscati , i palazzi e il castello di Montoggio distrutti fino alle fondamenta e tutti i congiurati condannati a morte.

Quattro giorni dopo dal mare riemerse il cadavere di Gian Luigi Fieschi.
Per ordine dell’Ammiraglio rimase esposto per due mesi sul posto, quindi gettato in mare perché “avesse la sepoltura che da solo si era scelto“.

(immagini reperite su internet)

maggio-1-09

La Via Aurea

scritto da Leo in luoghi

Parecchie scene del romanzo si svolgono in una città immaginaria chiamata Larusina. L’ho creata avendo nella mente Genova, la sua storia e alcuni suoi angoli.
Fra questi spicca la “Via Aurea”, splendida strada di palazzi nobiliari interdetta al popolo e riservata agli aristocratici.
Essa non è altro che una delle più belle strade di Genova, quella che dal 1882 si chiama Via Garibaldi, ma nota con molti nomi: la via Nuova, Strada Maggiore (decreto ufficiale del 1558), Rue de Rois, (la Via dei Re datole da Madame de Staël) e appunto

Via Aurea

Nasce nel 1550 sotto il dogato di Luca Spinola, nel più vasto ambito della ristrutturazione urbanistica decisa da Andrea Doria, come strada di rappresentanza per raccogliere in un ambiente unitario le maggiori famiglie della città ed è un rettilineo con leggera pendenza di 250 m e largo 7.50.
La sua progettazione e realizzazione si protrae fino al 1588.

Rientra in un’operazione urbanistica innovativa: una strada diritta e larga tra il tessuto fitto dei vicoli e le pendici di Montalbano, con quattordici splendidi palazzi da ampi atri, cortili, scalinate marmoree e giardini pensili.

Da una parte è delimitata dalla Piazza di Strada Nuova (Piazza della Meridiana), spazio privilegiato per cerimonie e feste, e dall’altra dal gran giardino di Palazzo Durazzo (fino all’apertura della via Nuovissima, cioè via Cairoli)
Nella sua struttura colpisce pittori e scrittori di passaggio nella città: Rubens, Van Dyck, Melville, Charles Dickens, Stendhal e molti altri.

Ogni palazzo è quasi un mondo a sé, una corte, una reggia borghese, al tempo stesso vetrina e monumento della Repubblica, splendida e scenografica area che testimonia l’età d’oro di Genova, ne el siglo de los Genoveses, il secolo dei Genovesi, quando l’alleanza tra la Repubblica e la Spagna imperiale porta grandi ricchezze e l’indiscussa predominanza di Genova sul Mediterraneo, giunta all’apogeo come Repubblica Marinara.

La via rappresenta, quindi, l’esigenza dell’oligarchia cittadina che detiene il potere ad autocelebrarsi attraverso nuove e sontuose dimore in un quartiere privilegiato e di mostrarsi ai contemporanei.

I suoi palazzi sono infatti inseriti nei “Rolli degli alloggiamenti pubblici di Genova” (cioè le liste di palazzi e dimore delle famiglie nobili che avevano l’onore di ospitare le personalità di passaggio per visite di stato) istituiti a partire dal 1576 dal Senato della Repubblica.
Ogni Rollo (rotolo) era diviso in tre Bussoli dove gli edifici erano catalogati e costantemente aggiornati in base al prestigio (dimensioni, bellezza e importanza). I nomi dei proprietari venivano estratti a sorte di volta in volta per sostenere oneri e onori delle visite ufficiali.
Il primo bossolo si riferiva a “Papa, Imperatore re e legato Cardinali o altro Principe” e conteneva solo tre palazzi, due dei quali nella Via Nuova. Il secondo era riferito a feudatari e governatori, il terzo a principi e ambasciatori.

Dal 2006 è inserita tra i Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO

Su Wikipedia è possibile leggere la bella descrizione che ne fa Dickens.

p.s. la foto non è granché, ma mi sono accorta che è l’unica che ho della strada… quando ripasso da Genova bisogna proprio che munita di macchina fotografia vada a farmi un tour da turista come si deve…

marzo-21-09

La “mia” mostra di Fabrizio De André

scritto da Leo in Pagine, varie

Dopo aver visitato la mostra di Fabrizio De Andrè al Palazzo Ducale di Genova, agli inizi di febbraio avevo scritto qualche riga di commento e l’avevo pubblicate su Facebook. Ho pensato di riportarle anche qui…

 Fabrizio De André.

Una mostra da vedere ma soprattutto da ascoltare, assaporare, lasciarsi avvolgere della poesia e dalle emozioni.

Subito l’impatto con una sedia vuota, una giacca scura poggiata alla spalliera, davanti un leggio, accanto un posacenere.

Grida un’assenza e nello stesso tempo una presenza. Grande, potente. Struggente.

E le note, le parole che si susseguono e si alternano a interviste e frasi. I sorrisi di De André, le pause, il suo tono pacato. Una parete piena piena di scritte a mano e a macchina, canzoni, pensieri e correzioni. Entri nel suo mondo, in un’atmosfera sospesa, in una sala buia che d’un tratto si illumina di immagini e suoni. La sua Poetica e i suoi grandi Temi: l’Amore, la Guerra, Genova, la Libertà, la Morte, gli Ultimi.

La caratteristica grande dei poeti è che parlano a ognuno di noi toccando corde diverse in diversi momenti della vita. A me, oggi come oggi, De André ha parlato soprattutto dallo schermo relativo a Genova e quindi alle radici, al passato.
Genova “città da rimpiangere” dove “ci nasci e ci vivi fino a 20 anni” poi “te ne vai e dopo che te ne sei andato cominci a rimpiangerla”.
Passato di cui è sbagliato dimenticarsi “in quanto passato, perché è come togliere a un animale l’istinto e questo sarebbe come ucciderlo completamente. Bisogna sapere quali sono le radici, quali sono le ancore che ci legano a un certo tipo di passato per poter continuare in maniera giusta e corretta”.
Molto bella, per me che ultimamente scribacchio un po’, la conclusione del video: “Io quando scrivo le canzoni penso a mettere sulla carta essenzialmente quelle che sono le mie esperienze o quello che può essere una lettura filtrata attraverso il mio modo di averla capita, di averla addirittura certe volte immaginata. Infatti preferisco leggere che non andare a vedere perché preferisco immaginare quello che leggo.”

La sala dei dischi: multimediale e dinamica, il piacere di rivedere e toccare copertine di vecchi LP, 45 giri, foto conosciute e dimenticate. Ogni disco, la sua storia e la sua problematica.

La sala dei personaggi: Franziska, il Giudice, il Matto, Maddalena, Marinella, Giovanna d’Arco, il Suonatore Jones, Sinan, Piero… tutti ballano e si alternano nel gioco dei tarocchi, mentre tu incantato resti lì a guardarli, ad ascoltarli, emozionandoti nel ritrovare amici passati, versi scordati, stupendoti di come una parola tiri l’altra, una figura ne evochi un’altra, tutta la tua storia fusa con quella che si sussegue davanti agli occhi, i tuoi ricordi che diventano canzone o forse è viceversa, non lo sai neanche tu.

La sala della vita: interviste e commenti. Questa, sarà stato l’impatto emotivo delle altre, mi ha colpito meno.

Per finire video di concenti. Staresti semplicemente lì delle ore. Ogni volta che finisce una canzone pensi: ora vado, ora è tardi… ma poi senti le note della nuova e resti. Sospeso tra presente, passato e assenza di tempo.

Infine esco. Nel sole di febbraio e nel vento gelido di tramontana sento che sto piangendo.

Per chi non può andarci, per chi c’è già andato, per chi vuole andarci, segnalo la bella recensione di Pier Luigi Zanata.

Ultima nota: Creuza de mä è uscito nel 1984. Io compivo 20 anni e i miei amici mi hanno regalato il disco e il biglietto per il concerto di Faber al Palasport di Genova. In quello stesso anno ho iniziato ad allontanarmi fisicamente e mentalmente da Genova, dalla mia familia e dalla vita che avevo fino ad allora vissuto. L’album, con la sua copertina bianca e azzurra, quella casa immensa dalla piccola finestrina mi ha accompagnato da allora, sempre. Quando la nostalgia e il rimpianto si facevano sentire più forti, riascoltavo le note e le parole e mi riappropriavo del mio passato.

bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä
che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä

      (padrone della corda marcia d’acqua e di sale
      che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare)

.......................................... Un ringraziamento particolare a Daniele Bandini per l'aiuto che mi ha dato nel realizzare questo sito.
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