Poiché “Il fiore degli abissi” è un romanzo ambientato in una realtà storica e in un contesto (marinaro) ben preciso, a volte ho utilizzato dei termini che non sono del tutto comuni nel linguaggio attuale.
Mi capita, così, che ogni tanto qualche lettore mi chieda spiegazioni.
Ieri mi è stato, per esempio, domandato il significato preciso della parola:
“Còmito”.
Proveniente dal latino comes (compagno) era il termine marinaro che indicava di solito il nostromo a bordo delle galee e navi mercantili medievali e rinascimentali. Il primo ufficiale, insomma.
Sopra di lui era il Sopracomito o Patrono, o in ambito barbaresco il Raìs, il proprietario della nave.
Il Comito soprintendeva alle manovre con i remi e le vele, la direzione dei servizi a bordo, la gestione degli schiavi e il controllo del contenuto della stiva. A lui era affidata la condotta della navigazione e il governo dei galeotti.
Sotto di lui erano altri aguzzini che facevano rispettare gli ordini con le fruste.
La ferocia di aguzzini, comiti e comandanti (di tutti gli schieramenti) era fonte di leggende e racconti sul mare.
Nella prima metà del seicento Bekir pascià si dice, per esempio, avesse escogito un sistema di corde e frecce applicato ai remi che trafiggeva e strangolava lo schiavo che non era abbastanza svelto nell’assecondare il comune sforzo sul remo.
Altre fonti tramandano episodi estremi di crudeltà. Un genovese rinnegato, Hasan il Marbutto, furioso perché aveva visto uno schiavo crollare dalla fatica mentre erano inseguiti da galee siciliane, recise di netto il braccio all’uomo e l’utilizzò come bastone per colpire gli altri.
Non erano da meno i cristiani: un comandante spagnolo, pur di non sbarcare uno schiavo moresco che si era auto amputato una mano per poter essere esonerato dalla voga, gli fece adattare un uncino al moncherino in modo che potesse continuare a remare.
















