
Conosciuto con vari nomi: albero delle acque, oro rosso, fiore degli abissi il corallo ha sempre avuto, fin dall’antichità, un significato magico e religioso.
Secondo i greci, quando Perseo uccise la Medusa, le gocce di sangue che uscivano dalla testa recisa caddero su degli arbusti e li pietrificarono (come, da viva, lei pietrificava chiunque la guardasse). Le ninfe, stupite, si divertirono a tirare in mare i ramoscelli. Anche Ovidio, nel IV libro nelle Metamorfosi, riprese questo mito con poche varianti.
Con il cristianesimo il corallo divenne il sangue di Cristo e il simbolo della sua passione e usato per crocifissi e oggetti sacri.
Fin dall’antichità, comunque, tutti furono d’accordo sull’attribuirgli potere di portafortuna contro demoni e malasorte, e spesso fu utilizzato nella farmacologia per guarire problemi gastro-intestinali o anche, come nell’antico Egitto, emorragie e i morsi di serpenti velenosi.
Esemplari di corallo mediterraneo lavorato risalgono alla preistoria e si hanno testimonianze antichissime di vere e proprie rotte commerciali (un po’ come è successo con l’ambra) che dal Mediterraneo lo hanno portato fino in Cina a est o alla Britannia, dove i celti avevano per lui una vera e propria passione.
Per secoli si è creduto che fosse una pianta marina, una sorta di alga che, una volta estratta dall’acqua, pietrificasse a contatto con l’aria. Fu solo nel 1723 che Andrea Peyssonel, un medico marsigliese, scoprì la sua vera natura di “animale marino”.
Infatti non è altro che l’impalcatura endoscheletrica ramificata secreta da un celenterato antozoo coloniale marino che vive in acque temperato-calde. I piccoli polipi si presentano come fiori dai petali delicatissimi, lanuggine leggera che si ritira come qualcuno si avvicina.
Diffuso per tutto il Mediterraneo fino alle Canarie, il suo colore può variare dal bianco-rosato al rosso vivo a seconda del luogo dove vive, con diverso valore commerciale a seconda delle tonalità.
(Foto reperita in rete)