Il Fiore degli Abissi

Romanzo d’avventura di Leonilde Bartarelli

Benvenuti a bordo! Io, Andrea Raggio detto il Rosso, capudan della feluca più ardita di tutti i mari, vi auguro buona navigazione. Non abbiate paura di patire il mal di mare, di incontrare pirati o fondali insidiosi: accanto a me non potrà succedervi nulla di brutto, solo qualcosa di molto, molto avventuroso...

novembre-9-09

Il mio nome è rosso

Orhan Pamuk
IL MIO NOME È ROSSO

IL MIO NOME È ROSSO assomiglia a un susseguirsi di scatole cinesi: più approfondisci e ti immergi nella lettura e più scopri chiavi di lettura diverse.

Di primo acchito è un giallo: in una Istanbul innevata nell’inverno del 1591, qualcuno nella cerchia dei miniaturisti del Sultano, compie dei feroci assassinii nel tentativo di proteggere (o forse impedire) la realizzazione di un Libro Proibito commissionato dal Sultano e decorato di nascosto dai migliori di loro.

Su questa vena giallistica si inserisce la storia d’amore tra Nero e Şeküre, condita da gelosie e intrighi, calcoli e slanci d’affetto.

Ma è anche romanzo d’arte, di miniature e ragionamenti sull’essere artisti da cui si passa a un altro piano, quello religioso.

Descrivendo il contrasto tra il mondo ultraconservatore dei miniaturisti arabi e le seducenti innovazioni proposte dai pittori occidentali
(rappresentare cioè il mondo come lo vedono gli occhi di Allah, dipingendo non l’oggetto ma l’idea stessa e il significato dell’oggetto, contro il vederlo con gli occhi dell’uomo attraverso prospettiva e realismo) si passa a una sfera più profonda, in cui le radici religiose intransigenti toccano proprio il concetto di raffigurazione pittorica (o nel caso arabo miniaturistica).

È eretico o no disegnare al posto di un cavallo ideale (personificazione dell’idea di cavallo con le zampe anteriori innaturalmente stese in avanti) un cavallo reale, proprio quello lì, con il muso tagliato come è usanza tra i Mongoli?

Non cavalli disegnati a memoria da miniaturisti ormai ciechi che ricopiano modelli antichi, quindi, ma cavalli di miniaturisti che vanno sui campi di battaglia a vederli davvero in mezzo alla mischia.

C’è molto di più, ne IL MIO NOME È ROSSO, di un romanzo giallo, d’amore o d’arte: c’è l’analisi di un mondo diviso da due correnti che lo lacerano, proprio come lacerato è l’assassino che parla e si rapporta con gli altri in maniera diversa a secondo di quale parte recita: l’amico sincero o l’assassino, con le sue mille sfaccettature e contraddizioni interne.

Personaggio cupo, dilaniato, che richiama degnamente alla mente Raskol’nikov ma da cui si discosta per la totale mancanza dell’angoscia per l’attesa del castigo tipica della mentalità cristiana.

Altra caratteristica che delizia (o, a seconda del lettore, respinge) di questo romanzo sono le voci, le tante voci che lo compongono, ognuna con la sua personalità e il suo stile, in un affresco corale che lor rende unico.

Subito abbiamo l’impatto con il morto, gettato nel pozzo e abbandonato, che parla in prima persona. Sì, inizia proprio così: “Adesso io sono un morto, un cadavere in fondo a un pozzo”.
Poi pian piano tutti gli altri, uno dietro l’altro, in un susseguirsi che sbalordisce e sconcerta anche un po’, un coro di personaggi ognuno con la sua verità, alcuni veramente deliziosi come mi piace ricordare l’ebrea Esther, persone ma anche animali o entità (la Morte, Satana) o meglio disegni di animali e entità o meglio ancora un cantastorie eretico che dà voce all’idea che detti disegni esprimono. Su tutti primeggia il rosso che dà il titolo al romanzo.

Il ROSSO, sì, proprio il colore, quello del sangue di Zio Effendi ucciso e dell’inchiostro che esce dal calamaio che lo uccide, il rosso che pervade le miniature per esprimere la gioia e quello che avvolge Zio Effendi quando raggiunge il Paradiso.

Un ROSSO talmente avvolgente da diventare in alcune pagine vero protagonista, espressione della gioia più pura, quando anche il lettore si trova immerso in un universo vermiglio e deve quasi posare il libro e guardarsi stupito intorno per recuperare gli altri colori, perché anche i suoi pensieri leggendo sono diventati rossi.

 ROSSO quindi, ma anche oro, anche bianco della neve su Istanbul, colori infiniti delle miniature che vengono descritte e descrivono il romanzo.

Ogni scena, infatti, pare una miniatura, precisa, raffinata, studiata, ripetitiva. Ci si chiede se si sta leggendo un libro oppure guardando una serie di disegni.

Lo stile e la scrittura sono caldi e ricchi, quasi musicali nelle ripetizioni volute, necessita di calma e va assaporata lentamente.

Non è né vuole essere un libro facile che si legge d’un fiato, anzi, molto del suo fascino sta nella lentezza, nella ripetizione, nella aneddotica e nel gusto della parola.

 È un libro che o si ama o si getta via dopo poche pagine: non ha vie di mezzo.

(Si è discusso del libro durante l’incontro del 3 novembre del Gruppo di Lettura di Siena)

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  1. Dalia dice:

    Grazie della segnalazione, lo sto leggendo. Interessantissimo.

  2. Leo dice:

    poi dimmi che ne pensi: è così contrastante di solito il giudizio su questo libro che è bello confrontarsi!

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