
Altai
di Wu Ming
Il Mediterraneo nel XVI secolo: questo è in sintesi il tema centrale di Altai.
E il Mediterraneo riempie e alimenta ogni pagina, diventa dimensione quasi simbolica dove promiscuità, contrasti, commerci, adattamento e fusione di genti, lingue, culture si accompagnano a una ricerca spasmodica di conservazione della propria identità nazionale e religiosa.
Concepito come potere ma anche come fuga o realizzazione di utopie.
Tutti i paesaggi che pian piano si srotolano davanti ai nostri occhi non sono semplici scenari e cornici ma assumono aspetto quasi di personaggi essi stessi:
Venezia apre le danze con i canali, le spie, l’attentato, il fuoco, il tradimento.
Seguono Ravenna e le sue paludi: nebbia, umido, banditi.
Un universo di fuggitivi alla ricerca di un imbarco per terre di speranza in balia di protoscafisti più o meno onesti.
Scenario differente ma che richiama alla mente lo spirito delle dune di Heyst nella Yourcenar dell’Opera al Nero.
Ragusa, città unica e universale, simile alle migliaia di città mediterranee, microcosmi brulicanti di vita alla Mahfuz: Genova, Tunisi o Marsiglia… qualsiasi nazionalità le raccoglie tutte, ognuno riconosce in essa qualcosa che ha nel cuore.
Istanbul: grandiosa e cosmopolita, gli intrighi di palazzo, il potere, gli harem. Innevata e magica come certe letture di Pamuk.
Famagosta e Lepanto: cruda ma lucida consapevolezza degli orrori della guerra, olfattiva e visiva come la descrizione della battaglia di Waterloo o di Hiroshima nella Teoria delle Nuvole (scenario, tempi e personaggi diversi, medesima la condanna non esplicita ma fortissima), nelle modalità del XVI secolo né migliore né peggiore delle guerre attuali. Non indulge al facile autocompiacimento dell’orrore ma con la sua narrazione intensa e pulita ricorda Tucidide o il Guicciardini.
A chiudere il cerchio di nuovo Venezia, la prigione: facile il parallelo con il finale del romanzo della Yourcenar, senza la fuga ideologica nel suicidio ma con la forza dell’affrontare le conseguenze delle proprie scelte fino in fondo.
E qui si entra nel personaggio Manuel Cardoso, moderno e sfaccettato: da spia al soldo della Serenissima senza opinioni proprie, volto solo a salvare la pelle, si evolve in persona che si mette in gioco e paga con la vita le proprie scelte. Uomo moderno che riscopre il libero arbitrio, capace di tornare sui suoi passi e cambiare idee e fede.
Di mettere nolente o volente in discussione più volte la sua esistenza reinventandola da zero.
È interessante notare che non sono credi o ideologie religiose a muoverlo quanto coscienze civili e sociali: se il Zenone della Yourcenar metteva al centro la conoscenza, lui è mosso dalla giustizia, dalla tolleranza e dall’amicizia.
La visione e il rapporto col mondo femminile è conforme al suo essere uomo del XVI secolo in quel dato contesto, e, a mio parere, tutte le donne della sua vita sono viste attraverso tale ottica: la madre nel ghetto ebreo, la cortigiana veneziana che lo tradisce, gli intrighi orientali di palazzi e harem incomprensibili alla sua cultura occidentale.
Figure che non concepisce come complici di progetti di ampio sguardo in una società di forte peso maschilista (e non so quanto non sia ancora attuale tale visione da parte dell’uomo comune) ma strumentali, mondo sconosciuto che non ha alcun interesse ad approfondire e che vale in relazione a quanto lo tocca in modo diretto. Molto simile in questo al quadro che ci propone la Youcenar (che pure era una donna).
Non sento in ciò la “voce” autorale, quanto la visione del personaggio (che parla in prima persona). A controprova, il mirabile quadretto del prologo (in terza e immerso in ambiente muliebre) sfuma in sensibilità molto femminile da cammeo leggiadro.
Belli e interessanti anche gli altri personaggi ma l’analisi diventerebbe lunghissima. Alcuni già presenti in Q vengono ora “visti” attraverso gli occhi di Manuel, cambiando un poco consistenza, come è naturale quando la prospettiva varia. Così Ismail diventa quasi un personaggio mitico, ieratico e saggio esemplare molto interessante e diverso da come lo si percepiva quando era lui stesso a parlare in prima persona.
Di qui viene naturale un confronto con Q, per me abbastanza inutile: mi piace considerare ogni romanzo un universo a sé.
Quando la lettura mi fa pensare troppo a un precedente (al di là di personaggi che ritornano) trovo sia un demerito e uno scivolare nel seriale, e non è questo il caso.
Certo lo stile è diverso, più morbido, ricco di similitudini, in certi punti quasi lirico ma (al di là del percorso autorale) cambia anche la voce narrante che se fosse stata identica a Q, non essendo lo stesso personaggio a parlare, rifletterebbe la personalità dell’autore, non del personaggio. Questo linguaggio appunto più ricco ed evocativo mi pare bene si adatti alla personalità e alla cultura del protagonista per come ci viene presentato. La stessa scelta del tempo al passato (invece del presente, più diretto e dinamico, certo, ma anche pressante e a volte opprimente) conferisce al racconto toni più pacati e riflessivi.
La percezione del mondo ottomano trasmessa è più illuminata e tollerante di quanto l’idea comune la dipinga sulla scia della storiografia di parte e semplicistica, magari più attenta all’esaltazione dell’ideologia religiosa. Basta la lettura di qualche testo storico serio per avere conferma dello studio profondo che c’è alla base del romanzo.
Le forze che si muovono sono soprattutto Veneziane e Ottomane. Rimane in ombra tutta una serie di componenti che operavano all’epoca nel Mediterraneo. Mi chiedo se non rifletta un poco una visione in un certo senso “provinciale” che noi tutti (io per prima) abbiamo del Mediterraneo nel Rinascimento, molto legato alla formazione: chi si interessa della storia di Genova vede la Superba al centro di ogni movimento, chi di Venezia la Serenissima, chi Algeri, chi Tunisi… Vale però il discorso che Istanbul opera soprattutto nell’Adriatico (in contatto maggiore con Venezia) e non si può umanamente parlare di tutti.
Infine il linguaggio, coerente all’epoca e nello stesso tempo non pesante e noioso come potrebbe risultare esagerando con il realismo. Interessante la lingua franca del Mediterraneo e gli studi sulla giudaica.
C’è stata una sola nota che mi è suonata stonata, ma forse dipende da me.
Non sento tanto l’arabicità di alcuni personaggi nel loro parlare. D’accordo, è scritto in italiano, ma chi è di cultura araba costruisce comunque le frasi e le immagini in maniera diversa. In Alì sì, sento di più la sua origine, ma per esempio Lala Mustafa non mi convince, lo percepisco nel modo di ragionare e parlare più occidentale che orientale. Per esempio l’accenno a Leonida: che sia Ismail a citarlo mi sta d’incanto, che Lala Mustafa la capisca e comprenda non so… mi suona un poco strano. Ho cercato la sua biografia ma in rete ho trovato poco, come delle sue origini. Certo, se fosse un rinnegato occidentale magari di nobile famiglia e che quindi ha familiarità con la storia classica, potrebbe essere coerente, ma non so quanto della cultura occidentale fosse penetrata così profondamente in un dignitario ottomano da capire al volo tutto il sottinteso che la figura di Leonida comporta.
Ripeto, mia semplice opinione, forse anche dettata dall’ignoranza.
Come quando accarezzando un tappeto morbidissimo senti sotto le dita qualcosa che stride: potrebbe benissimo non essere un nodo sbagliato ma soltanto le tue mani screpolate.
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