Il Fiore degli Abissi

Romanzo d’avventura di Leonilde Bartarelli

Benvenuti a bordo! Io, Andrea Raggio detto il Rosso, capudan della feluca più ardita di tutti i mari, vi auguro buona navigazione. Non abbiate paura di patire il mal di mare, di incontrare pirati o fondali insidiosi: accanto a me non potrà succedervi nulla di brutto, solo qualcosa di molto, molto avventuroso...

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Un esempio interessante di integrazione e pacifica convivenza fra genti di origine e religione diverse ci viene dalla storia

dell’isola di Tabarka

Ho già parlato delle vicende storiche dell’isola qui, ma oggi volevo soffermarmi più sull’aspetto culturale.

Dal 1544 al 1741 una folta colonia di genovesi, soprattutto pegliesi, vive sull’isola, poco più di uno scoglio, interagendo, mischiandosi e commerciando con tutto il cosmopolito universo che abita quell’angolo di Mediterreaneo. Riescono però a mantenere intatta lingua, cultura e identità al punto che ancora oggi i loro discendenti, trasportati in tutt’altro contesto, ne conservano memoria.

Piccolissima, circa 7 ettari, sviluppata in altezza, ospita all’epoca un castello, ancora oggi conservato, e un villaggio sulle pendici con una piccola chiesa.

Solo dopo il 1741 e la deportazione di tutti gli abitanti, i Tunisini, proprio per spezzare la sua identità di Isola e accorparla al continente costruiscono il ponte poi allargato in una vera e propria lingua di terra riportata.

Ma come vivevano sul lato pratico i Tabarkini?

L’idea scontata che può venire valutando la posizione è di una situazione di costante lotta con i vicini arabi. Niente di più sbagliato, in realtà: sul lato pratico la rivalità religiosa non era poi così sentita quanto quella semmai politica ed economica.

A Tunisi viveva una folta comunità cristiana intorno a una cattedrale con un vescovo da cui dipendevano i tre sacerdoti distaccati a Tabarka.

Matrimoni, battesimi e funerali venivano celebrati qui (sono conservati molti documenti) e sempre sulla terraferma sorgeva il cimitero (ancora visitabile).

Molti notabili tunisini erano anche dei rinnegati genovesi che, seppur per ragioni politiche filofrancesi, pure contribuivano a favorire i loro ex concittadini e agevolavano il riscatto degli schiavi.

Fra tutti va ricordato un certo Osta Morato Raix Genovese alias Bastiano Bianco Genovese di Biserta che raggiunse una certa fama e potere intorno agli inizi del 1.600.

Molti tabarkini inoltre, per amore o per lavoro, si trasfrivano sulla terraferma sposando locali, anche se la pratica non era molto ben vista dai religiosi di entrambe le parti.

Si hanno documenti che attestano l’usanza di comandanti arabi di portare le navi cristiane depredate nel porto di Tabarka per venderne il carico al governatore che a sua volta lo rivendeva sulla terraferma. Così anche i delegati per il riscatto degli schiavi genovesi facevano capo qui per intraprendere trattative.

In pratica quindi Tabarka dà l’impressione di essere in questi anni una sorta di porto franco, testa di ponte tra oriente e occidente, luogo di contrattazioni.

Coesistevano infatti nella zona, oltre a componenti diverse arabe e cristiane in generale:

- Pescatori liguri di corallo e pesce

- Liguri tabarkini affaristi di vario genere

- Liguri rinnegati sulla costa anche di un certo peso politico

- Il governatore ligure che si occupava degli interessi dei Lomellini, dei propri e operava per conto dell’Officio degli schiavi di Genova

- Liguri liberamente residenti che commerciavano sulla costa

- Liguri schiavi.

Questo era il quadro generale.

I contrasti maggiori, più che da ambiente arabo, si avevano semmai con i Francesi del vicino Bastion de France (alleati dei Tunisini) che tentarono una volta anche di invadere l’isola con una congiura che non riuscì.

Una piccola nota caratteristica: i Tabarkini, oggi Carlofortini, conservano la lingua e la cultura genovese del ‘500, ma hanno assorbito dai vicini arabi termini e ricette della cucina tunisina, in uno scambio interessante che tocca aspetti molto sottili delle culture e dei contatti fra popoli.

(foto ricavata da: HIERACON.IT

gennaio-9-10

Notti delle Mille e Una Notte

scritto da Leo in libri

notti delle mille e una notte

Notti delle Mille e Una Notte
Nagib Mahfuz

…Nel nostro regno marino,” bisbigliò Abd Allah del mare, “la vergogna è una delle dieci caratteristiche che devono possedere i nostri governanti.”
“Maledetti coloro che sono governati da chi non possiede la vergogna,” esclamò il folle…
(ed. Feltrinelli, pag.141)

 

Nagib Mahfuz ha pubblicato le Notti delle Mille e una Notte nel 1982, e l’ha considerata come la sua opera meglio riuscita.
L’inizio della narrazione coincide con la fine delle Mille e una Notte, testo fondamentale della cultura araba.

Il sanguinario re Shahriyàr incantato dalle storie di Shahrazàd pare diventato un sovrano illuminato e giusto, ma la regina si chiede disperata se è davvero così oppure se i racconti hanno solo scalfito la sua indole malvagia, se la forza delle parole può davvero qualcosa contro il potere e il sopruso.

E le favole finora solo narrate diventano vere: i personaggi, i geni, i demoni, le donne incantatrici, le tombe che nascondono tesori e le pietre che si aprono su mondi alternativi sono reali.

Non più racconti: si scende per le strade, nel caffè, dal barbiere nei vicoli: i personaggi si trasformano in persone reali. Una storia si incastra nell’altra, esce dall’altra, ritorna alla prima, introduce nuovi elementi, in scatole cinesi che si mescolano l’une nelle altre.

La struttura stilistica resta favola, con i suoi temi e topos, ma diventa vita.

Infatti, ci fa capire Mahfuz, la parola, l’ascolto di storie commuove, colpisce, fa riflettere. Ma non basta: da sola è solo superficiale: deve “farsi” realtà.

Shahriyàr deve diventare protagonista delle storie, non può ascoltarle e basta, deve mettersi in gioco.
Deve amministrare e interessarsi alla sua gente.
Deve indossare il mantello come il re delle storie di Shahrazàd e scendere fra il suo popolo.

Solo allora cambierà davvero, raggiungendo la consapevolezza della vergogna, di quello che è. Solo allora capirà la corruzione, l’abuso, l’ipocrisia del suo governo. Solo allora Shahrazàd lo amerà e solo allora lo perderà per sempre.

È l’Uomo che ha in mano il suo riscatto attraverso la coscienza delle sue scelte, resistendo o cedendo ai geni, alla corruzione, alla crudeltà.

Così Gamasa al-Bulti deve morire e rivivere magicamente in un’altra persona per riscattarsi attraverso Abd Allah il folle e infine, diventare Abd Allah il giudizioso.

Come spesso nel romanzo storico si utilizzano eventi storici per comprendere il presente, così Mahfuz utilizza la favola e la raccolta di favole per eccellenza della sua cultura per parlare di temi attuali di governo e potere, universalizzandoli e rendendoli generali e non esclusivi del mondo arabo.

 

dicembre-24-09

ALTAI

scritto da Leo in libri

altai

Altai
di Wu Ming

Il Mediterraneo nel XVI secolo: questo è in sintesi il tema centrale di Altai.

E il Mediterraneo riempie e alimenta ogni pagina, diventa dimensione quasi simbolica dove promiscuità, contrasti, commerci, adattamento e fusione di genti, lingue, culture si accompagnano a una ricerca spasmodica di conservazione della propria identità nazionale e religiosa.
Concepito come potere ma anche come fuga o realizzazione di utopie.

Tutti i paesaggi che pian piano si srotolano davanti ai nostri occhi non sono semplici scenari e cornici ma assumono aspetto quasi di personaggi essi stessi:
Venezia apre le danze con i canali, le spie, l’attentato, il fuoco, il tradimento.
Seguono Ravenna e le sue paludi: nebbia, umido, banditi.
Un universo di fuggitivi alla ricerca di un imbarco per terre di speranza in balia di protoscafisti più o meno onesti.
Scenario differente ma che richiama alla mente lo spirito delle dune di Heyst nella Yourcenar dell’Opera al Nero.

Ragusa, città unica e universale, simile alle migliaia di città mediterranee, microcosmi brulicanti di vita alla Mahfuz: Genova, Tunisi o Marsiglia… qualsiasi nazionalità le raccoglie tutte, ognuno riconosce in essa qualcosa che ha nel cuore.

Istanbul: grandiosa e cosmopolita, gli intrighi di palazzo, il potere, gli harem. Innevata e magica come certe letture di Pamuk.

Famagosta e Lepanto: cruda ma lucida consapevolezza degli orrori della guerra, olfattiva e visiva come la descrizione della battaglia di Waterloo o di Hiroshima nella Teoria delle Nuvole (scenario, tempi e personaggi diversi, medesima la condanna non esplicita ma fortissima), nelle modalità del XVI secolo né migliore né peggiore delle guerre attuali. Non indulge al facile autocompiacimento dell’orrore ma con la sua narrazione intensa e pulita ricorda Tucidide o il Guicciardini.
A chiudere il cerchio di nuovo Venezia, la prigione: facile il parallelo con il finale del romanzo della Yourcenar, senza la fuga ideologica nel suicidio ma con la forza dell’affrontare le conseguenze delle proprie scelte fino in fondo.

E qui si entra nel personaggio Manuel Cardoso, moderno e sfaccettato: da spia al soldo della Serenissima senza opinioni proprie, volto solo a salvare la pelle, si evolve in persona che si mette in gioco e paga con la vita le proprie scelte. Uomo moderno che riscopre il libero arbitrio, capace di tornare sui suoi passi e cambiare idee e fede.
Di mettere nolente o volente in discussione più volte la sua esistenza reinventandola da zero.
È interessante notare che non sono credi o ideologie religiose a muoverlo quanto coscienze civili e sociali: se il Zenone della Yourcenar metteva al centro la conoscenza, lui è mosso dalla giustizia, dalla tolleranza e dall’amicizia.

La visione e il rapporto col mondo femminile è conforme al suo essere uomo del XVI secolo in quel dato contesto, e, a mio parere, tutte le donne della sua vita sono viste attraverso tale ottica: la madre nel ghetto ebreo, la cortigiana veneziana che lo tradisce, gli intrighi orientali di palazzi e harem incomprensibili alla sua cultura occidentale.
Figure che non concepisce come complici di progetti di ampio sguardo in una società di forte peso maschilista (e non so quanto non sia ancora attuale tale visione da parte dell’uomo comune) ma strumentali, mondo sconosciuto che non ha alcun interesse ad approfondire e che vale in relazione a quanto lo tocca in modo diretto. Molto simile in questo al quadro che ci propone la Youcenar (che pure era una donna).
Non sento in ciò la “voce” autorale, quanto la visione del personaggio (che parla in prima persona). A controprova, il mirabile quadretto del prologo (in terza e immerso in ambiente muliebre) sfuma in sensibilità molto femminile da cammeo leggiadro.

Belli e interessanti anche gli altri personaggi ma l’analisi diventerebbe lunghissima. Alcuni già presenti in Q vengono ora “visti” attraverso gli occhi di Manuel, cambiando un poco consistenza, come è naturale quando la prospettiva varia. Così Ismail diventa quasi un personaggio mitico, ieratico e saggio esemplare molto interessante e diverso da come lo si percepiva quando era lui stesso a parlare in prima persona.

Di qui viene naturale un confronto con Q, per me abbastanza inutile: mi piace considerare ogni romanzo un universo a sé.
Quando la lettura mi fa pensare troppo a un precedente (al di là di personaggi che ritornano) trovo sia un demerito e uno scivolare nel seriale, e non è questo il caso.
Certo lo stile è diverso, più morbido, ricco di similitudini, in certi punti quasi lirico ma (al di là del percorso autorale) cambia anche la voce narrante che se fosse stata identica a Q, non essendo lo stesso personaggio a parlare, rifletterebbe la personalità dell’autore, non del personaggio. Questo linguaggio appunto più ricco ed evocativo mi pare bene si adatti alla personalità e alla cultura del protagonista per come ci viene presentato. La stessa scelta del tempo al passato (invece del presente, più diretto e dinamico, certo, ma anche pressante e a volte opprimente) conferisce al racconto toni più pacati e riflessivi.

La percezione del mondo ottomano trasmessa è più illuminata e tollerante di quanto l’idea comune la dipinga sulla scia della storiografia di parte e semplicistica, magari più attenta all’esaltazione dell’ideologia religiosa. Basta la lettura di qualche testo storico serio per avere conferma dello studio profondo che c’è alla base del romanzo.

Le forze che si muovono sono soprattutto Veneziane e Ottomane. Rimane in ombra tutta una serie di componenti che operavano all’epoca nel Mediterraneo. Mi chiedo se non rifletta un poco una visione in un certo senso “provinciale” che noi tutti (io per prima) abbiamo del Mediterraneo nel Rinascimento, molto legato alla formazione: chi si interessa della storia di Genova vede la Superba al centro di ogni movimento, chi di Venezia la Serenissima, chi Algeri, chi Tunisi… Vale però il discorso che Istanbul opera soprattutto nell’Adriatico (in contatto maggiore con Venezia) e non si può umanamente parlare di tutti.

Infine il linguaggio, coerente all’epoca e nello stesso tempo non pesante e noioso come potrebbe risultare esagerando con il realismo. Interessante la lingua franca del Mediterraneo e gli studi sulla giudaica.

C’è stata una sola nota che mi è suonata stonata, ma forse dipende da me.
Non sento tanto l’arabicità di alcuni personaggi nel loro parlare. D’accordo, è scritto in italiano, ma chi è di cultura araba costruisce comunque le frasi e le immagini in maniera diversa. In Alì sì, sento di più la sua origine, ma per esempio Lala Mustafa non mi convince, lo percepisco nel modo di ragionare e parlare più occidentale che orientale. Per esempio l’accenno a Leonida: che sia Ismail a citarlo mi sta d’incanto, che Lala Mustafa la capisca e comprenda non so… mi suona un poco strano. Ho cercato la sua biografia ma in rete ho trovato poco, come delle sue origini. Certo, se fosse un rinnegato occidentale magari di nobile famiglia e che quindi ha familiarità con la storia classica, potrebbe essere coerente, ma non so quanto della cultura occidentale fosse penetrata così profondamente in un dignitario ottomano da capire al volo tutto il sottinteso che la figura di Leonida comporta.
Ripeto, mia semplice opinione, forse anche dettata dall’ignoranza.
Come quando accarezzando un tappeto morbidissimo senti sotto le dita qualcosa che stride: potrebbe benissimo non essere un nodo sbagliato ma soltanto le tue mani screpolate.

dicembre-18-09

L’opera al nero

scritto da Leo in libri

loperaalnero

L’opera al nero
di Marguerite Yourcenar

Più che un romanzo storico L’opera al nero è un romanzo filosofico: il passaggio tra il Medioevo e il Rinascimento è in un certo senso una scusa per l’autrice per analizzare diverse forme di pensiero in contrapposizione che ancora oggi trovano basi estremamente attuali, a controprova di come la lettura della storia possa essere un approfondimento della realtà contemporanea.

Zenone, filosofo, medico, alchimista è un personaggio inventato e dichiaratamente composito, creato assemblando vite e caratteristiche di più persone reali (Tommaso Campanella, Paracelso, Erasmo da Rotterdam solo per citarne alcuni).

É il prototipo dell’uomo Moderno, disposto a mettersi eternamente in discussione, che sa che forse le sue opinioni di oggi domani saranno superate.

Il fine è la conoscenza, non la salvezza dell’anima.
Quell’amore per la scienza che porta all’estremo fino a vedere il corpo da sezionare dell’amico morto come “un bell’esemplare della macchina umana” scevro da ogni sentimento e a osservare con occhio distaccato il suo stesso suicidio, ammirato dal movimento del sangue e dei polmoni, dei sensi che piano piano si spengono in successione.

Non ha “abbastanza fede per essere eretico” come gli viene detto, piuttosto dichiara:

“… Mi sono guardato bene dal fare della verità un idolo; ho preferito lasciarle il nome più umile di esattezza. I miei trionfi e i miei pericoli non sono quelli che la gente s’immagina; ci sono altre glorie oltre la gloria e altri roghi oltre il rogo. Sono quasi riuscito a diffidare delle parole. Morirò un po’ meno sciocco di come sono nato.”

Il linguaggio merita una considerazione. La lingua è sontuosa, con costruzioni complesse, parole scelte e ragionate, con immagini poetiche di grande impatto. Ricordo fra tutte la descrizione della peste e di come essa si diffonde fra la popolazione.

È una lingua che ben si adatta al tempo e al luogo ma che è anche parecchio complessa e complicata. La lettura necessita di tempi lunghi e di riletture a breve anche dei singoli paragrafi. Almeno per me è stato così, senz’altro per una mia limitazione o mancanza, ma questo ha penalizzato notevolmente l’apprezzamento personale del libro, al di là dell’obbiettivo valore dello stesso.

dicembre-17-09

dal 27000 a.C. ANTENATE DI VENERE

scritto da Leo in museo

Oggi ero a Milano dopo l’appuntamento di ieri (grazie ancora a chi ha partecipato!) e come al solito, con la scusa di prendere il pulmann per Siena a Cadorna, mi sono regalata qualche ora al Castello Sforzesco (ognuno ha le sue fisse…).

Questa volta ho visitato la mostra

antenate di venere

In un allestimento molto accattivante, né semplicistico né troppo complesso, vengono presentati reperti che difficilmente si possono vedere dal vivo: statuette fittili in terracotta di figure per lo più femminili provenienti dalla Moldavia che molto hanno fatto discutere gli archeologi e legate probabilmente a culti di dee femminili.

Per prima ecco la Venere di Véstonice

datata al 27000 a.C. (Paleolitico Superiore – Gravettiano) che insieme a grumi di argilla e a una piccola scultura di orso rappresenta il primo caso di arte fittile in terracotta della storia.

Passando attraverso i reperti italiani del Riparo Gaban nel Trentino (5300-4700) si arriva al grosso della collezione: una scelta delle oltre 2500 statuette Moldave del V millennio a.C. (Neolitico), ben spiegate e abbinate alle ceramiche coeve locali.

La figura della Dea (madre nel paleolitico, vergine nel neolitico) con tutte le sue implicazioni culturali vere o ipotizzate che siano è sempre molto interessante e stimolante.

A questo proposito ho trovato nuovo (almeno per me e per la preparazione che ho avuto) e convincente lo studio astronomico della carta celeste da Neolitico in poi che evidenzia la posizione della costellazione della Vergine (Astraia, Tyche, Demetra, Iside, Atargatis, Ishtar o come è stata personificata nelle varie civiltà antiche) nella sua levata eliaca in concomitanza con l’inizio della stagione della mietitura (spiegata nei pannelli in sintesi e più diffusamente nell’articolo di E.Antonello nel catalogo della mostra). 

Un valore aggiunto ha per me il fatto che durante la mia prima campagna di scavo, nel 1981, nel villaggio neolitico del tavoliere foggiano di Passo di Corvo, era stata rinvenuta proprio una statuetta femminile, e per un archeologo… come dire, il primo scavo è come il primo amore: non si scorda più!

La mostra resterà aperta fino al 28 febbraio 2010, abbinata anche a conferenze e ne consiglio vivamente la visita, ricordando che è a ingresso gratuito e con possibilità di usufruire di visite guidate concordate anch’esse gratuite (io ho dovuto rinunciare per colpa del pulmann e del suo orario, anche se devo dire che la tentazione di perderlo per questo è stata forte…)

dal 27000 a.C. ANTENATE di VENERE
Milano Castello Sforzesco – SalA Sforzesca
5 dicembre 2009/28 febbraio 2010
INGRESSO LIBERO
www.capodannoceltico.eu
www.antenatedivenere.it
www.milanocastello.it
orario: martedì-domenica h 9.00-17.30

dicembre-12-09

Carloforte

scritto da Leo in Storia, luoghi

Ho lasciato il cuore in mezzo a cespugli di mirto su una scogliera nido di falchi e luce di faro. 

costa

Quando mi dicevano che Carloforte è particolare pensavo che esagerassero o che questa fosse la solita frase fatta per incuriosire.

In realtà a esserci e a vederlo ti rendi conto che è davvero unico.

È in fondo alla Sardegna, ma il dialetto che ovunque si ascolta, si legge è il genovese, anzi il genovese del ‘500, come ha precisato con tono orgoglioso una signora. Solo qualche termine relativo alla coltivazione della terra e all’allevamento (estranei alla tradizione marinara) è sardo.

È in mezzo al Mediterraneo ma la sua architettura è ligure: pare di essere in un paese delle Cinque Terre.

carloforte strada

Le tradizioni sono liguri ma la cucina (buona, ma davvero buona…) ha influssi arabi.

I suoi abitati hanno origini liguri ma il carattere è aperto e cordiale, ti accolgono e di tanno sentire a tuo agio come se ti conoscessero da una vita.

Sono da secoli al centro di contatti con genti e popoli diversi, abituati ad adattarsi e amalgamarsi con genti e popoli diversi ma hanno ben chiara e sicura la loro identità e la loro storia.

Sono i discendenti dei Tabarkini, fieri e consapevoli di esserlo.

Cala Fico

(Su PICASA altre foto scattate in questi giorni.)

dicembre-11-09

DONNE E CREATIVITA’

scritto da Leo in news

DONNE E CREATIVITA’

dames

Presso Associazione Culturale DAMES
(Donna Arte Musica Educazione Salute)
Viale Monza 142 MILANO
Citofono 105

Uno spazio dove arte, cultura, tradizioni ed emozioni si incontrano.
Questa rassegna prevede una serie di appuntamenti nei quali verranno presentate opere letterarie, culturali ed artistiche di autrici che hanno il desiderio di condividere il loro percorso creativo con quanti vogliano conoscere il loro lavoro e scambiare idee, opinioni, esperienze ed interessi.

Il primo appuntamento fissato per

MERCOLEDI’ 16 DICEMBRE

alle ore 21 (Ingresso Libero)
avrà per protagoniste due scrittrici che presenteranno le loro ultime creazioni letterarie: Leonilde Bartarelli e Monica Lombardi

locandina dames
Leonilde Bartarelli: Il fiore degli abissi nelle Trame di mare

Monica Lombardi: I gialli di Mike SummersScatole Cinesi” e “Labirinto

PER POTER GARANTIRE AL MEGLIO LA SERATA E’ GRADITA
UNA CONFERMA DI PARTECIPAZIONE tramite SMS o EMAIL
Presso Associazione Culturale DAMES
(Donna Arte Musica Educazione Salute)
Viale Monza 142 MILANO
Citofono 105
Metro linea 1 (rossa) fermate Turro o Gorla
Autobus n°44-86
Cristina cell. 339.593.3793 cristina@dames.it
Dames cell. 3317439900 info@dames.it

dicembre-8-09

Ibrahim Nasrallah

scritto da Leo in libri

Ibrahim Nasrallah

versi

una poesia non è solo parole accostate,
come un romanzo non è solo racconto

Non sono molto brava a parlare di poesia.
Davanti ai poeti mi sento goffa e tarda come un bradipo, ma a volte scopro strofe e suoni che mi sciolgono l’anima.

Ibarhim Nasrallah è il maggior poeta palestinese vivente.
Ho incontrato la sua dignità di uomo e la musica dei suoi versi l’11 novembre scorso alla presentazione della sua prima raccolta di poesie tradotte in italiano alla Libreria Becarelli di Siena.
Mi sono presa un po’ di tempo per leggere e assaporare i testi.

Questa presentata è una raccolta dei versi migliori, altrimenti organizzati in sillogi con un filo conduttore, un canto strutturato, non singoli momenti ma parti di racconti.
Perché la sua è una poesia fortemente narrativa, che racconta storie, non soltanto momenti e sensazioni.

Giordano di nascita ma palestinese di stirpe e di origine, quando si rende conto che lo scopo della sua vita è diventare poeta e scrittore, cosciente di aver avuto una preparazione culturale di livello che giudica non sufficiente, si autoimpone un programma di studio ambizioso.

Partendo dalla lettura dei classici greci attraversa tutte le culture letterarie europee, passando da Omero a Shakespeare fino a Calvino e Pirandello, concentrandosi soprattutto su teatro e poesia. Contemporaneamente si dedica alla lettura delle opere medio orientali preislamiche (letteratura egizia e mesopotamica) e a quelle del circuito arabo, letture coraniche comprese.

In questo modo si costruisce una vasta base culturale che traspare nelle sue opere dove, conformemente a una corrente di letteratura araba contemporanea, le due componenti (modernità legata all’occidente e classicità orientale) si fondono in un unico originale.

Capire la poesia araba per uno che non conosce la lingua è difficile e limitativo: per quanto ottima una traduzione non è in grado di trasmettere tutta la musicalità e il lavorio sulla scelta delle parole di assonanza simile che stanno alla base della composizione.

Così come la sua caratteristica di “parlare” a tutti, al letterato (che ne coglie gli aspetti colti) e al non letterato (che percepisce le assonanze e gli stilemi vecchi di millenni) è del tutto persa per un lettore occidentale. L’uso dei ritmi delle Sure coraniche in contesti moderni possiamo solo scoprirlo per interposta persona.

C’è sia un gusto e un interesse al contenuto e all’emozione che deve trasmettere, sia un altrettanto profondo sguardo alla forma estetica che è difficile se non impossibile rendere uguale in un’altra lingua. In una poesia di alto livello estetica ed emozione devono fondersi nella forma per creare qualcosa di unico.

Quando gli chiedono di commentarne una Ibrahim Nasrallah risponde:
“Si può forse commentare la musica? Chiedere a un poeta di commentare una sua opera è quasi un insulto: l’opera letteraria è l’espressione della libertà assoluta. Se l’autore impone la sua interpretazione si erge a una posizione presuntuosa di dogma. Invece la poesia deve essere libera e se è vera poesia ognuno troverà la sua chiave di lettura, diversa magari da quella che l’ha fatta germogliare.”

Nascere in Giordania in un campo profughi nel 1954 comporta trascorrere l’infanzia in un’atmosfera di rimpianto per la terra, il mare, i campi, gli alberi, i luoghi mai visti filtrati attraverso il ricordo idealizzato degli esuli. Questa malinconia, questo paradiso perduto percorrono spesso i suoi versi, innondandoli di struggimento accorato.

Poesie spesso dolorose ma sempre ricche nello stesso tempo di colore e di gioia, di natura e di animali.
Parlano di morte e guerra ma vanno al di là della guerra contingente. Un Ungaretti arabo in cui le sofferenze travalicano le convinzioni politiche e universalizzano la morte e la guerra.

La natura è ricca, sempre presente, protagonista insieme a oggetti quotidiani (finestre, case, strade, sentieri, vie) che trascendono il loro essere oggetti per diventare idee e concetti
(e questo mi ha ricordato molto “Il mio nome è Rosso” e alcune mie considerazioni fatte all’epoca della lettura).

Si perde, si perde davvero tanto, come è ovvio, nella traduzione.
Quando lui ha letto in arabo un paio di poesie, anche se non si capiva una parola, si restava inchiodati lì, sulla sedia, ad ascoltare quel canto, quella musica.

…….

l’uccello 2

Ecco l’universo salire da sogno ambiguo
Residui di una lunga sera
Guardo da una vetta
Chiedo:
Questa nebbia è il principio dell’aprirsi negli esseri solitari
O sono i cappelli delle palme?
Sento il passo del silenzio
Prima che la verità si completi nella gente mi sono formato
Ho una lingua
Che quando è fiorita
Al mio canto i mari hanno affidato le onde.
Sorge il sole
Libero il canto e chiamo giorno il giorno
Lo accendo di letizia e presenza
Guardo da una vetta
E vedo la gente affrettarsi come stormo.
È la terra… è stata il mio cielo da quando sono nato
E lo spazio era la mia strada
Il campo dove mi disseminavo
Lo coltivavo a canti
Questa è la mia ala
Che era in principio qualche desiderio.
Si susseguono le notti
Si innalza con me la terra
Con la terra io mi innalzo
Rimane appesa nel mio tempo
Si susseguono le notti
Le nottti si susseguono
Conosco questo spazio come conosco l’alba e il campo e la spiga
Catturo le parole e le semino
A voi il vostro smarrimento nello spazio delle domande
Domande
Domande
La domanda qui è in agguato come lupo alla sera
In agguato qui nelle costole
Nel tremore del ramo
In un orizzonte che l’albero non vede
La domanda è sangue che sgorga da ogni collina quale ruscello di fiamme
A me il segreto di tutte le risposte
Nel mio libro sillabatate le forme della folgore
Le prime lettere, il sapore del frutto
Io sono l’uccello dei terrazzi nascosti
Il segreto del passo di danza, il segreto dei canti
Il segreto dello scoppio d’incendi in due pietre e in due fiori
Vado rovesciando questo cielo, piantando azzurro e pioggia
Guardatemi,
Mi riconoscerà il vostro sogno
Sono lo spsirito della prima canzone
E intorno tende piantate, vette e pendii
Gazzelle e destrieri
Lì si sono moltiplicati tutti gli uomini.

(da: Ibrahim Nasrallah, VERSI, a cura di Wasim Dahmash, 2009, Edizioni Q, testo arabo a fronte, pag. 67-69)

novembre-30-09

Tabarca tra realtà e fantasia

scritto da Leo in news

Autunno a Carloforte

Sabato 5 dicembre ore 18.30 sono stata invita a Carloforte (Cagliari) a parlare di:

Tabarca tra realtà e fantasia

durante un incontro presso la Biblioteca Comunale E. De Amicis all’interno della manifestazione

Autunno Culturale

Nel corso della serata verrà anche proiettato il documentario

“San Pedro, L’isla de la Tonnara”

realizzato a Carloforte da Agata Olivella per la TV della Catalunya

novembre-25-09

Dimenticando Adamo – Darwin a Siena

scritto da Leo in varie

Questo post non c’entra apparentemente nulla con l’argomento ufficiale del blog, non parlerò infatti di mare né di letteratura, ma di scienze.
Di Paletnologia. Di un’altra mia vita precedente.

evoluzionismo1

Ieri sera Piazza del Campo di Siena era spettacolare, i palazzi illuminati contro il nero del cielo, una falce di luna accanto alla Torre. Tutte le volte penso che ormai dovrei essere abituata a vederla, ma poi alzo gli occhi e mi toglie, di nuovo, il fiato.

La Sala delle Lupe, carica della sua storia, ha accolto la presentazione della mostra “Dimenticando Adamo” dedicata a Charles Darwin e all’evoluzione, nel giorno del centocinquantenario dell’uscita del saggio Sull’origine delle specie per mezzo della selezione naturale o la preservazione delle razze favorite nella lotta per la vita.

Sono argomenti di cui mi interessavo molto tempo fa ed è stato piacevole risentirli, come rivedere e riascoltare persone con cui ho collaborato, che hanno fatto parte della mia vita e che stimo.

Come la Prof. Lucia Sarti, promotrice con il Prof. Francesco Frati della mostra, che con la curatrice Dott. Cristina Martinez-Labarga di Tor Vergada di Roma e l’Assessore alla Cultura Prof. Marcello Flores d’Arcais hanno presentato l’evento.
Interessanti interventi, ma interessantissimo per me, perché trattava argomenti totalmente nuovi (la fisica quantistica), quello del Prof. Emilio Del Giudice, membro del Consiglio Scientifico della Scuola Superiore Santa Chiara .

Per la prima volta ho CAPITO qualcuno che parlava di fisica, di materia che per passare da uno stato semplice (gas) a complesso (liquido) NON richiede energia/lavoro, ma al contrario necessita di energia/lavoro per passare dal complesso (liquido) a semplice (gas). Ha parlato di applicazione di studi evoluzionistici nella sociologia (Marx) e nello studio dell’Arte (Nietzsche).
Mi ha dato molti spunti su cui ragionare.

Poi siamo scesi nei Magazzini del Sale per la visita alla mostra spiegata dalla Dott. Cristina Martinez-Labarga.

Nella suggestiva cornice delle stanze a volta a mattoni dei sotterranei del Palazzo del Comune di Siena si snoda l’esposizione, organizzata in maniera diretta e didattica, con una ricchissima raccolta di calchi disposti e spiegati in ordine cronologico e seguendo le diramazioni evolutive.

Quasi di ogni esemplare si ha la ricostruzione facciale più aggiornata e sono presenti reperti anche molto recenti come Selem, la “figlia di Lucy” rinvenuta nel 2006.

D’effetto il calco e il diorama della camminata di Laetoli, davanti a un grande pannello che mostra l’ambiente e il vulcano circostante.

Sono spiegate le ultime teorie evoluzionistiche e i risultati di antropologia molecolare (per esempio riguardo al raggiungimento della statura eretta non in ambiente di savana ma di boscaglia e la definitiva estraneità di specie con i Neanderthal).

Una mostra da vedere:
per gli addetti ai lavori perché è fatta veramente bene
e per chi ne sa poco o (come me) si è dimenticato tutto, per imparare.

 “Dimenticando Adamo”

 Magazzini del Sale
Piazza del Campo Siena
dal 24 novembre 2009 al 10 gennaio 2010

Mostra nata da un’idea del dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tor Vergata, realizzata con il supporto della Scuola Superiore Santa Chiara e con il contributo del Comune di Siena e della Fondazione Monte dei Paschi.

Per chi è interessato: dal 10 al 13 dicembre 2009: convegno internazionale a Siena tra il Teatro dei Rozzi e il Collegio di Santa Chiara

.......................................... Un ringraziamento particolare a Daniele Bandini per l'aiuto che mi ha dato nel realizzare questo sito.
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