L’isola di Tabarka: un esempio di integrazione e pacifica convivenza tra genti diverse
Un esempio interessante di integrazione e pacifica convivenza fra genti di origine e religione diverse ci viene dalla storia
dell’isola di Tabarka
Ho già parlato delle vicende storiche dell’isola qui, ma oggi volevo soffermarmi più sull’aspetto culturale.
Dal 1544 al 1741 una folta colonia di genovesi, soprattutto pegliesi, vive sull’isola, poco più di uno scoglio, interagendo, mischiandosi e commerciando con tutto il cosmopolito universo che abita quell’angolo di Mediterreaneo. Riescono però a mantenere intatta lingua, cultura e identità al punto che ancora oggi i loro discendenti, trasportati in tutt’altro contesto, ne conservano memoria.
Piccolissima, circa 7 ettari, sviluppata in altezza, ospita all’epoca un castello, ancora oggi conservato, e un villaggio sulle pendici con una piccola chiesa.
Solo dopo il 1741 e la deportazione di tutti gli abitanti, i Tunisini, proprio per spezzare la sua identità di Isola e accorparla al continente costruiscono il ponte poi allargato in una vera e propria lingua di terra riportata.
Ma come vivevano sul lato pratico i Tabarkini?
L’idea scontata che può venire valutando la posizione è di una situazione di costante lotta con i vicini arabi. Niente di più sbagliato, in realtà: sul lato pratico la rivalità religiosa non era poi così sentita quanto quella semmai politica ed economica.
A Tunisi viveva una folta comunità cristiana intorno a una cattedrale con un vescovo da cui dipendevano i tre sacerdoti distaccati a Tabarka.
Matrimoni, battesimi e funerali venivano celebrati qui (sono conservati molti documenti) e sempre sulla terraferma sorgeva il cimitero (ancora visitabile).
Molti notabili tunisini erano anche dei rinnegati genovesi che, seppur per ragioni politiche filofrancesi, pure contribuivano a favorire i loro ex concittadini e agevolavano il riscatto degli schiavi.
Fra tutti va ricordato un certo Osta Morato Raix Genovese alias Bastiano Bianco Genovese di Biserta che raggiunse una certa fama e potere intorno agli inizi del 1.600.
Molti tabarkini inoltre, per amore o per lavoro, si trasfrivano sulla terraferma sposando locali, anche se la pratica non era molto ben vista dai religiosi di entrambe le parti.
Si hanno documenti che attestano l’usanza di comandanti arabi di portare le navi cristiane depredate nel porto di Tabarka per venderne il carico al governatore che a sua volta lo rivendeva sulla terraferma. Così anche i delegati per il riscatto degli schiavi genovesi facevano capo qui per intraprendere trattative.
In pratica quindi Tabarka dà l’impressione di essere in questi anni una sorta di porto franco, testa di ponte tra oriente e occidente, luogo di contrattazioni.
Coesistevano infatti nella zona, oltre a componenti diverse arabe e cristiane in generale:
- Pescatori liguri di corallo e pesce
- Liguri tabarkini affaristi di vario genere
- Liguri rinnegati sulla costa anche di un certo peso politico
- Il governatore ligure che si occupava degli interessi dei Lomellini, dei propri e operava per conto dell’Officio degli schiavi di Genova
- Liguri liberamente residenti che commerciavano sulla costa
- Liguri schiavi.
Questo era il quadro generale.
I contrasti maggiori, più che da ambiente arabo, si avevano semmai con i Francesi del vicino Bastion de France (alleati dei Tunisini) che tentarono una volta anche di invadere l’isola con una congiura che non riuscì.
Una piccola nota caratteristica: i Tabarkini, oggi Carlofortini, conservano la lingua e la cultura genovese del ‘500, ma hanno assorbito dai vicini arabi termini e ricette della cucina tunisina, in uno scambio interessante che tocca aspetti molto sottili delle culture e dei contatti fra popoli.
(foto ricavata da: HIERACON.IT




























